Dossier. Bologna, piano progetti e politiche a cura di Patrizia Gabellini e Martina Massari

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Intervista a Raffaele Laudani, assessore all’Urbanistica e edilizia privata, patrimonio, progetto Città della conoscenza e memoria democratica, rapporti con l’Università e i centri di ricerca
Patrizia Gabellini
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Patrizia Gabellini Città della conoscenza, assieme a Impronta verde sono i progetti con i quali la nuova Amministrazione guidata dal sindaco Matteo Lepore ha inteso contraddistinguere la politica urbanistica di questo mandato. Però la comparsa di questi progetti, con una loro raffigurazione ideogrammatica, precede l’avvio del mandato e il candidato Sindaco li ha inclusi nel suo programma. Puoi indicare come sono nati e come si tengono insieme?

Raffaele Laudani La genesi dei due progetti bandiera va indietro fino alla metà dello scorso mandato, quando il Comune, insieme all'Università, decise di dotarsi di uno strumento nuovo, la Fondazione per l'innovazione urbana, pensato come strumento congiunto di intervento sulla città. Più in generale, nelle intenzioni dell'allora assessore all'immaginazione civica, oggi sindaco, Matteo Lepore, la Fondazione per l'innovazione urbana doveva diventare una sorta di area ricerca e sviluppo della città. Oltre alle funzioni tradizionali dell'Urban center, di cui aveva preso l’eredità, quelle cioè di Living Lab, di spazio per il racconto delle trasformazioni in corso, e per il coinvolgimento dei cittadini, si voleva aprire uno spazio di riflessione e di analisi sul futuro che la macchina dell'amministrazione, per ovvie ragioni, fatica a fare. Ad esempio, sulla governance dei dati della città. In questa prospettiva abbiamo attivato anche il progetto HousingBo sulla condizione abitativa degli studenti, che ha avuto molto successo, fornendo all’amministrazione un bagaglio di conoscenze inedite – ad esempio prima di allora non esisteva una mappatura di dove risiedono in città gli studenti fuori sede – e sperimentazioni sul mix abitativo che poi sono state assunte dall’Amministrazione come sue politiche “stabili”. Finché poi è arrivato il covid. In un momento in cui ciò che all’esterno era considerata la mission principale della Fondazione, la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini nella prossimità, era di fatto impossibile, ci siamo dovuti interrogare sul senso stesso dell’utilità della Fondazione. E abbiamo avviato l'Osservatorio sull'emergenza coronavirus, con cui la Fondazione ha portato avanti un lavoro di analisi, e racconto sull'impatto del coronavirus sulla città e di progettazione e prototipazione di soluzioni innovative. E’ dall’Osservatorio, ad esempio, che ha preso le mosse Consegne Etiche, che poi ha anche vinto premi nazionali per i progetti più innovativi, o le prime sperimentazioni di nuove pedonalizzazioni e nuovi modi di vivere lo spazio pubblico come quella di Via Torino. E’ all’interno di questo lavoro che sono nati i due progetti della Via della Conoscenza, poi ridefinita Città della Conoscenza, e dell’Impronta Verde. Due progetti non così distanti dalle urgenze poste dalla pandemia. Da un lato la necessità della conoscenza per dare una risposta alle grandi sfide urbane globali, come quella della salute, e la riscoperta di scienza e sapere come “diritto” democratico, dall’altro le tematiche ambientali e la necessità di ripensare il nostro rapporto con lo spazio pubblico. Durante la pandemia c'era stata ad esempio una vera e propria esplosione in città della fruizione a piedi dei colli, che ci ha portato a fare un lavoro di approfondimento che poi ha trovato appunto nell'idea dell'Impronta Verde la sua sintesi visuale. Poi c'è stata la campagna elettorale e il candidato sindaco del centrosinistra le ha fatte proprie, assumendole nel suo programma. E, dopo le elezioni, sono diventati i due progetti bandiera dell'attuale mandato. Al di là di questo, secondo me l'aspetto più interessante è proprio che uno strumento particolare come la FIU, a metà tra la ricerca e l'esperienza amministrativa, di fronte a un tema di portata epocale come quello della pandemia, sia diventato di fatto il luogo di gestazione dei programmi caratterizzanti il futuro della città. Tieni presente che in quello stesso contesto è emerso anche il suggerimento all'Amministrazione di candidarsi alla missione europea sulle città carbon neutral, candidatura che la FIU ha poi anche curato. Tutti gli aspetti che sono un po’ i pilastri caratterizzanti dell’attuale mandato sono nati dentro la FIU, incluso il Piano dei Quartieri, in corso di elaborazione, e per certi versi anche il Piano per l’abitare, che prende le mosse dalla confluenza tra l’istruttoria pubblica promossa da Pensare Urbano e HousingBo della FIU. Anche i primissimi webinar sono stati lanciati in FIU come attività innovativa dell’Osservatorio e strumento per continuare in forme nuove la relazione con le persone. Insomma, la pandemia è servita alla FIU per dare concretezza all’obiettivo iniziale di farne il cervello collettivo della città.

PG È molto opportuno aver ricostruito questi passaggi e le relazioni con l’attività amministrativa, certamente non noti all’esterno. Tra l'altro mi sembra che tu dia spessore e anche evidenza pratica all’esperienza FIU.

RL Superata la fase emergenziale, abbiamo smesso di interrogarci davvero sulla trasformazione delle città. Ad esempio, io non ho ancora visto una vera riflessione sulle tendenze future dei modelli lavorativi o dell'abitare. O anche sui modelli formativi ed educativi dopo l’irruzione in aula del digitale, il cui ricorso, come stiamo vedendo in questi giorni con l’alluvione, rimane come mera chiave emergenziale e non come consapevolezza di una transizione epocale che, se non accompagnamo e governiamo, subiremo. Su questo credo si stia perdendo un'occasione.

PG Purtroppo sono molto d'accordo. Io ho un'esperienza diversa dalla tua, però occupandomi di urbanistica mi interrogo sempre sulla memoria corta che porta continuamente a perdere il filo dei grandi temi all'orizzonte, che sono la ragion d'essere di questo campo disciplinare. Perché così è nato e così ha senso, non è mera routine. Le grandi questioni si colgono, poi vince un rapporto col presente che sembra smarrire quello con il futuro e con il passato.

RL Come sai, non sono un urbanista di formazione, ma un teorico politico che da sempre è però attento alla dimensione spaziale della politica. Solo adesso, con questa esperienza amministrativa, mi sto confrontando realmente con questa ipoteca del presente su una disciplina che invece ha proprio nel rapporto con il futuro la sua ragione d’essere. In questo momento, per esempio, stiamo lavorando ad una variante ai nostri strumenti urbanistici, che produrranno effetti sulle trasformazioni dei prossimi anni. Sono però le contingenze del presente che stanno caratterizzando il dibattito. Come riuscire a tenere insieme le urgenze del presente con la necessità di farci trovare pronti quando alcune dinamiche che già si intravedono si svilupperanno pienamente?  Oggi, ad esempio, si discute sui parcheggi pertinenziali come dotazioni urbanistiche e si discute sulla quantità o se farli a raso o interrati, contrapponendo le ragioni di sostenibilità economica con quelle ambientali. Entrambe vere perché, se non tornano i conti degli investimenti economici, non si riesce a dare risposte ad alcuni bisogni come quello abitativo. Se però li facciamo interrati preserviamo il suolo. La vera soluzione capace di conciliare queste due esigenze sarebbe probabilmente quella di ridurre il numero dei parcheggi come dotazioni a vantaggio di altre opere di urbanizzazione come aree verdi e simili. Ma oggi la città è pronta a fare scelte di questo tipo? Come studioso e come amministratore sono interessato a trovare strumenti di governo del territorio e della città innovativi, in grado di rispondere all'esigenza del presente, senza che il presente pregiudichi il futuro, che non ci costringano sempre a inseguire il futuro. Io che non sono un urbanista, penso che questa sia la sfida. Come faccio oggi a prevedere soluzioni che non mi pregiudichino il futuro. Mi piacerebbe introdurre una norma nei nostri strumenti che stabilisce come prassi che tutti gli interventi sul territorio devono essere progettati e realizzati in modo da essere riconvertibili, per evitare che nel periodo che intercorre tra la progettazione di un intervento e la sua realizzazione siano cambiati gli scenari, rendendolo di fatto superato prima ancora che esista. Tornando all’esempio di prima: eventuali nuove norme sui parcheggi pertinenziali decise oggi avranno efficacia tra un anno e vedranno poi la luce tra tre o quattro anni, quando magari saranno già attive le prime linee del tram. Oggi non siamo in grado di prendere decisioni, anche normative, capaci di tenere insieme queste diverse dimensioni temporali del presente, del futuro prossimo e di quello di medio e lungo periodo. Anche per questo abbiamo promosso l’idea che la città si doti di un gemello digitale. Noi abbiamo bisogno adesso di sfruttare le tecnologie, anche le tecnologie più avanzate, per essere in grado di analizzare e di monitorare, ma anche di produrre scenari. Per me questa è pianificazione urbanistica. Il gemello digitale deve essere uno strumento dell'urbanistica, se per urbanistica non intendiamo meramente il disegno della città o il sistema delle regole del gioco, ma più precisamente lo spazio delle politiche urbane. In questa mia nuova esperienza sto scoprendo l'importanza strategica dell'urbanistica, che tiene insieme, o meglio dovrebbe tenere insieme, coordinare e dare coerenza all’insieme delle politiche urbane. Più ci sono dentro e più vedo che, quando l'urbanistica non è in grado di svolgere questa funzione sintetica, questi processi vengono fuori incoerenti. In teoria nel nostro PUG è scritto che l'Ufficio di Piano è il luogo di coordinamento delle politiche urbane, ma poi, dal punto di vista degli assetti organizzativi questa cosa non si dà perché continuiamo ad operare per silos verticali. Anche se tutti oggi sottolineano la necessità di uno spazio trasversale di coordinamento delle politiche per il governo efficace delle città. Sono così convinto di questo ruolo di governo dell’urbanistica che all’inizio del mandato avevo anche suggerito al Sindaco di non dare la delega all'urbanistica. Il Sindaco deve guidarla perché solo con la sua energia politica l’urbanistica può davvero governare la città e cambiarla.

PG Condivido l’importanza strategica dell’urbanistica. Però non è opinione comune e sono molto interessata a quello che dici perché viene da una sponda diversa. Bernardo Secchi e Giuseppe Campos Venuti, che mi hanno insegnato l’urbanistica, ne avevano questa visione di motore fondamentale per il governo della vita pubblica. Però la dimensione della regola e della norma, quella amministrativa in senso stretto, rischia continuamente di scollarsi. Proprio per la compresenza di queste diverse dimensioni, non mi convince l’ipotesi che non ci sia una delega specifica e che essa resti in capo a un sindaco, in quanto l’urbanistica perderebbe una specificità che va invece coltivata e non delegata al lavoro d’ufficio.

RL La mia era una battuta provocatoria per enfatizzare la centralità dell'urbanistica, la necessità di vederla come il governo politico della città e non semplicemente intesa come gestione degli interessi o amministrazione del territorio. Soprattutto col nostro sistema comunale, dove di fatto i sindaci concentrano nelle loro mani tutta l’energia politica. Poi so benissimo e sto sperimentando sulla mia pelle che la gestione quotidiana di questo lavoro è onerosissima e fagocita interamente il tuo tempo. Impensabile che possa farlo efficacemente un sindaco nella sua quotidianità. Ma il tema del nesso con il governo politico rimane fondamentale.

PG In relazione alla Città della conoscenza, qual è il rapporto, se c’è, con la città cognitiva che la Fondazione “Bologna al futuro”, animata da Romano Prodi, propugna da alcuni anni? Peraltro, è concetto non nuovo, trattato anche da Franco Farinelli e rimbalzato nelle sue colonne sul Corriere di Bologna. La presenza dell’Università è certamente distintiva di Bologna, ma è l’arrivo del Tecnopolo e, soprattutto, l’insediamento del Centro europeo per le previsioni meteorologiche che sembrano avere alimentato e dato nuovo spessore a questa visione. Vuoi dire qualcosa a riguardo? Sui germi che preesistono all’esperienza della FIU e che fanno sì che questa prospettiva a Bologna trovi un terreno fertilizzato?

RL Questo, secondo me, è un punto centrale, nel senso che la genesi della Città della conoscenza è abbastanza autonoma rispetto al discorso sulla città cognitiva di Prodi o al discorso simile di Patrizio Bianchi sull’arco della scienza che unisce il nuovo Tecnopolo di via Stalingrado al CNR al Navile, sebbene abbia molti elementi di affinità. Anche con le riflessioni di Farinelli. Ma se quest’idea di città ha fatto subito presa e trovato radici è perché non è astratta, ha trovato un terreno fertile nei discorsi e nei processi materiali. Non solo dal punto di vista, diciamo così, delle radici storiche che, come sappiamo, legano indissolubilmente fin dalle sue origini la storia del Comune con quella dell’Alma mater – Bologna è da sempre una città della conoscenza! Ma io penso anche per le caratteristiche proprie, attuali, della città. Non c'è oggi nessuna città al mondo che abbia un rapporto 1 a 4 tra abitanti e comunità universitaria. Il fatto che adesso a Bologna, tra l'altro in uno spazio tutto sommato limitato di 120.000 metri quadri, sarà concentrata l'80% della capacità di supercalcolo del Paese, poco meno del 30% di quella europea, è un fatto nazionale ed europeo, che determina il posizionamento presente e futuro della città.
Detto questo, credo che nell’idea della Città della conoscenza vi sia una differenza fondamentale rispetto alle versioni che l’hanno preceduta. Ad esempio, il ragionamento della città cognitiva di Prodi, che fra l’altro ha sposato con grande entusiasmo il progetto della città della conoscenza, era un modello per così dire “economicocentrico”, nel senso che era pensato prioritariamente per incanalare nel tessuto produttivo manifatturiero tipico del nostro territorio la rivoluzione cognitiva del nostro tempo, e quindi aveva come destinatarie prioritariamente le imprese. La città della conoscenza è diversa anche dal modello della smart city, che è tecnocentrico. Qui invece l’enfasi è sulle persone, i cittadini, non solo come oggetto di politiche della conoscenza, ma anche e soprattutto come protagonisti attivi. Cervelli in azione, per usare una bella espressione di Flaviano Celaschi per descrivere le peculiarità della nostra comunità studentesca e la peculiarità del suo radicamento in città. Il concetto di conoscenza come lo intendiamo noi presuppone la capacità anche critica della città di mobilitarsi. Serve l'energia civica, anche dei movimenti radicali, per governare, per indirizzare questi processi. Il progetto avrà successo se si porterà dietro tutta la città, anche quella, diciamo così, che non ha delle competenze tecnico scientifiche in senso stretto. Questo significa avviare anche un grande programma di diffusione della conoscenza, che abbiamo chiamato Officine della conoscenza, che per me è parte integrante dello sviluppo urbanistico che abbiamo in mente come città della conoscenza. Se non abbiamo un programma di diffusione nei territori di scienza, sapere e ricerca, se non mettiamo in campo un programma cittadino di citizen science, intesa non in senso tecnico o accademico, ma proprio di città che produce conoscenza e sapere, stiamo riproducendo il vecchio schema delle smart cities e lì Bologna non è competitiva, perché ci saranno altre città che sono in grado di fare molto più di noi. Se invece le mettiamo questa anima civica, di innovazione portata a dare delle risposte ai bisogni delle persone, Bologna è molto competitiva, perché la storia di Bologna è proprio quella di innovazioni che diventano poi modello per altri; innovazione sul welfare, innovazione sull'uso della rete, ecc. Tutte le volte che Bologna è stata modello, è avvenuto perché è stata capace di produrre innovazione civica, soluzioni che hanno avuto un impatto sui bisogni concreti delle persone.
La città della conoscenza e, più in generale, l’attuale politica urbanistica di Bologna vanno viste anche in chiave municipalista. Le città sono oggi il luogo in cui le grandi sfide globali – climatica, ambientale, il diritto alla salute, le nuove frontiere della cittadinanza, le nuove disuguaglianze, l’esclusione e la marginalizzazione – si fanno concrete nella vita quotidiana delle persone. E sono però anche lo spazio nel quale si concentrano le maggiori risorse – economiche, infrastrutturali, di competenze e di intelligenze – per provare a dare una risposta a queste sfide globali. Questo modifica qualitativamente il ruolo delle città e dei comuni che, se mai lo sono stati in passato, non possono più essere considerati mere “amministrazioni locali”, articolazioni territoriali dello Stato. Le città oggi sono veri e propri attori politici, che si muovono su una molteplicità di piani spaziali simultanei. Per provare a dare una risposta concreta al diritto alla salute, un comune deve confrontarsi e agire tanto alla scala di prossimità, quanto su quella cittadina, regionale, nazionale, continentale e globale. Idem se vogliamo provare a regolare i flussi turistici e le nuove piattaforme capitalistiche come Airbnb o Booking. Per descrivere questa nuova necessità municipalista delle città di farsi attori politici Joan Subirats, attuale ministro dell’università spagnolo e fino a qualche anno fa assessore alla cultura di Barcellona, con cui in questi anni abbiamo condiviso esperienze e prospettive politiche, parla di dialettica tra competenza e urgenza. Le competenze amministrative riconosciute ai comuni sono oggi piuttosto limitate; dove finiscono le competenze, rimane però l'urgenza di dare una risposta politica ai bisogni dei cittadini. Vallo a spiegare ai cittadini, per esempio rispetto ai temi legati all'educazione e alla scuola, che le competenze del sindaco sono tutto sommato abbastanza circoscritte e limitate. E che c'è una pluralità di competenze suddivise tra la Città metropolitana, la Regione, il governo, l'Unione europea e così via. Il cittadino vuole una risposta e si rivolge al sindaco, che deve farsi carico di una risposta. Dove finisce la sua competenza, rimane dunque l'urgenza politica di dare una risposta. Per convinzione o per opportunità, visto che deve conquistare o mantenere il consenso. Se non ha le competenze dirette per intervenire che cosa può fare? La risposta è: deve fare politica, costruire alleanze con altre città, con altri attori, fare pressione sugli altri enti competenti e sulle altre amministrazioni. La città della conoscenza è anche questo, perché deve attivare e abilitare queste competenze economiche, politiche e civiche.

PG La chiave municipalista che indichi si aggancia al fatto che il Comune può dare un contributo fondamentale alla costruzione delle infrastrutture necessarie per la conoscenza, a partire dalla configurazione dello spazio che tanto agisce su segregazione e discriminazione sociale?
 
RL Io credo che le città oggi debbano pensarsi sempre di più come piattaforme urbane. Le città sono infatti attraversate dalle piattaforme capitalistiche, ma è vero anche che operano sempre di più come delle piattaforme. Di fatto come funziona una piattaforma? Le piattaforme connettono i propri utenti, li mettono in relazione, oppure li disconnettono, cioè li escludono. Li abilitano o disabilitano, creando nuove opportunità di visibilità ma anche di esclusione, violenza o marginalizzazione. E poi mirano ad attrarre nuovi utenti. Anche le città devono operare in questo modo, per connettere fisicamente e progettualmente attori e cittadini. Devono abilitarli, lavorando anche per ridurre i processi di esclusione. E poi devono cercare di attrarre nuovi talenti e nuovi investimenti di qualità. Ora, se ragioniamo in termini di piattaforma, le piattaforme non sono neutre. Ogni piattaforma funziona sulla base di un algoritmo specifico. I criteri e i parametri utilizzati per costruire l'algoritmo sono quelli che poi ti fanno funzionare la piattaforma. Per restare nella metafora, la conoscenza è per noi l'algoritmo di questa piattaforma urbana che pensiamo debba essere Bologna. Noi però vogliamo essere la città più progressista d’Italia. Rispetto alla logica estrattiva del capitalismo di piattaforma, questo significa capovolgere il paradigma: le piattaforme capitalistiche vivono sulle interazioni sociali, sulle relazioni pubbliche sociali, per estrarvi valore privato. La città deve invece estrarre valore pubblico dalle interazioni pubbliche e private, non deve bloccare le interazioni private, ma deve fare in modo che queste producano valore pubblico. La Città della conoscenza è il tentativo di trovare una chiave coerente con la storia e con la realtà attuale di questa città, capace di dare un senso complessivo al funzionamento di questa piattaforma. E non è un caso che il progetto bandiera sia stato dato in delega all'assessore all'urbanistica, per quell'idea di urbanistica come cervello collettivo del governo della città di cui parlavamo prima. Prendiamo uno dei progetti dei cosiddetti Piani Urbani Integrati, le risorse del PNRR date alle città metropolitane per la rigenerazione urbana: la “via della conoscenza”, un percorso ciclopedonale che connetterà i principali poli scientifici dell’area nord della città. Se la prendi dal punto di vista esclusivamente fisico, è una pista ciclabile più o meno bella, più o meno intelligente, ma rimane una pista ciclabile. Se invece la vedi in questa prospettiva nuova, da piattaforma, è sia una grande infrastruttura di connessione, di connessione tra i poli di ricerca, sia una infrastruttura ecologica dell'Impronta verde. Ma è anche un'infrastruttura di ricerca, perché trasforma quei poli di ricerca, dove ci sono delle eccellenze, ma sconnesse tra di loro, in un unico grande campus della ricerca avanzata, competitiva rispetto ai grandi campus internazionali. Ecco, la città della conoscenza ha dietro questo tipo di ragionamento.

PG Definirei quel che hai detto attribuzione di senso. L'attribuzione di senso è fondamentale per tutte le operazioni, piccole o grandi, che avvengono nello spazio. Ma è anche una delle imprese più impervie in quanto ha bisogno di essere curata continuamente e in tanti modi. Penso sia questa una delle principali difficoltà dell'urbanistica, ma ineludibile, altrimenti si schiaccia sugli interessi di chi la utilizza come strumento, non se ne riconosce l'utilità e si alimenta il dissenso rispetto alle scelte spaziali, non sempre autoevidenti.
Ma perché questo si pone come tema a Bologna? Perché a Bologna assume una rilevanza e qualche probabilità di traduzione pratica più alta che altrove? L’attenzione ai bisogni precede la fase che si è auto-riconosciuta come riformista. Possiamo dire che l’eredità del laboratorio politico bolognese dell’immediato dopoguerra è stata raccolta dall'urbanistica e che questa, a Bologna, ha una genesi socio politica?

RL Hai toccato un punto decisivo. Io non sono un urbanista, non sono neanche un bolognese, sono un bolognese acquisito. Ho dovuto studiarla e capirla questa città. Le cose che stiamo provando a fare sono iscritte nella storia di questa città. Sono il tentativo di interpretare nella transizione epocale che stiamo vivendo quelle che sono delle caratteristiche tipiche di questa città. Dicevamo dell'innovazione agganciata alle persone come tratto distintivo di Bologna. Lo stesso vale per le grandi trasformazioni urbane, che hanno sempre visto rispetto ad altre città il protagonismo attivo dell'amministrazione comunale, che ha innescato le trasformazioni e poi ha fatto un patto con i privati per portarle avanti. Secondo me, negli ultimi trent’anni si era un po' persa questa peculiarità. Si è ascoltato il mercato, provando ad adattare i piani di conseguenza. E’ stato un trend generale, tutto interno alla vague neoliberista degli ultimi anni. Ma in una città come Bologna, questo ha reso più complicata la trasformazione urbana perché, per così dire, non era nella natura della città. Certamente c’è stato anche un tema di risorse economiche, perché quando, nell’epoca d’oro dell’urbanistica riformista, è stato fatto il lavoro sul centro storico il Comune aveva una barca di soldi, si è comprato mezzo centro storico. C'è stata invece una fase in cui il Comune non aveva la forza per poter fare queste cose. Ora, nella contingenza del PNRR, si è aperta una finestra per provare a riprendere su basi nuove questa tradizione bolognese. Noi stiamo provando a invertire la logica urbanistica degli ultimi anni. Abbiamo detto: il Comune dà la vocazione alle aree e innesca le trasformazioni mettendoci risorse ingenti – il PNRR. E poi chiama i privati a scommettere su Bologna con progetti che siano coerenti con queste vocazioni. L’esempio paradigmatico è quello dell’ex-scalo ferroviario del Ravone. Con il PNRR noi ne acquisiamo 120.000 metri quadri, la più grossa acquisizione del Comune di Bologna negli ultimi 50 anni. Lo rigeneriamo con un investimento complessivo di poco meno di 60 milioni; l'altra metà la candidiamo insieme alle Ferrovie al bando Reinventing Cities di C40. Ci rivolgiamo quindi ai privati anche internazionali, perché il mondo delle costruzioni bolognese non ha più la forza per fare grandi interventi.

PG Hai toccato la questione della continuità/discontinuità con il passato con accenni critici sugli ultimi tempi riferendoti alla vague neoliberista. Io penso che questo ultimo quindicennio sia stato particolarmente influenzato dalle condizioni esterne. Con riferimento a quelle economiche, per esempio, io mi sono trovata a progettare il piano strutturale nel periodo di massima espansione del mercato immobiliare, poi a gestirlo nel periodo della grande crisi (fallimenti e cantieri interrotti) quando ci si è dovuti inventare il che fare affinché non andasse tutto a rotoli. Concepire l’intervento pubblico come traino, come innesco (e io condivido questa impostazione) va declinato nelle condizioni date e sappiamo che gli scenari si modificano molto velocemente. Ora tu ti trovi ad essere assessore con un portafoglio straordinario, nonostante sia stato eroso rispetto al mandato precedente, come ha ricordato il Sindaco nella sua intervista, e puoi avviare operazioni come a Bologna non si fanno da tanto tempo.
Ma come attrezzarsi per reggere un cambiamento di scenario, come dare forma a progetti che nascono in un tempo X, ma hanno un futuro incerto? Come evitare che tramontino o cambino segno? La questione della flessibilità per l’urbanistica è una sfida inedita e controversa: in passato ha concepito i propri strumenti come “conformativi” e questo ha potuto giustificarsi (nonostante le difficoltà di realizzazione nei termini inizialmente concepiti) perché i ritmi di cambiamento non erano accelerati e c'era un discreto margine di prevedibilità di quello che sarebbe avvenuto. Invece non è più così e questo forse spiega il ripiegamento sul presente. Nel giro di pochi anni la crisi finanziaria ed economica, la pandemia, la guerra... Quindi progetti importanti appesi a un filo, anche quelli di cui stiamo parlando, due progetti bandiera che si agganciano al senso loro attribuito entro un discorso politico, una volontà politica, alla scommessa che possano essere assunti come una prospettiva interessante da parte di chi abita i territori. Qui sta il passaggio necessario da un’urbanistica conformativa a un’urbanistica “performativa”, da strumenti che prefiguravano a strumenti che invece prospettano, indicano una rotta lungo la quale si possono fare aggiustamenti, strumenti meno fragili nei confronti dei cambiamenti.
Il PUG di Bologna è stato il primo in Emilia-Romagna a essere redatto in applicazione di una nuova legge regionale che ha fatto e fa molto discutere in Italia per la svolta introdotta rispetto al modo di fare urbanistica. Le trasformazioni che conseguono alle scelte strategiche del piano urbanistico dovrebbero garantire il raggiungimento di obiettivi che non sono più predefiniti nello spazio, nel tempo, nelle quantità e negli usi. Pensi che anche questo possa avere creato la necessità di prospettare obiettivi più facilmente ‘immaginabili’ e dunque anche attivatori di iniziative atte a perseguirli?
Se le prime questioni sono di ordine generale, l’ultima è più specifica e chiama in causa lo strumento masterplan, il cui significato può essere equivocato. Da un lato è un tipico strumento figurativo, concepito in una prospettiva attuativa, quando le probabilità di realizzazione erano alte se non certe. Possiamo aggiungere: strumento concepito per organizzare l’iniziativa privata. Per questo mi fa riflettere che tu sia tanto interessato a questo strumento. Perché lo ritieni così importante e quale funzione gli attribuisci?

RL Nel tuo ragionamento ci sono almeno tre questioni. È infatti vero che abbiamo iniziato il mandato con condizioni economiche particolarmente favorevoli, senza precedenti. E anche con condizioni politiche straordinariamente favorevoli, con una forza politica relativa del Sindaco molto maggiore a quella dei due mandati Merola. La sfida era quindi principalmente amministrativa: mettere a terra in poco tempo progetti molto ambiziosi e costosi. Dopo qualche mese lo scenario è però cambiato: la guerra in Ucraina ha portato a un’esplosione dei prezzi e del costo delle materie prime. Le risorse si sono erose di fatto e i conti non tornano più. Anche noi dobbiamo dunque ingegnarci. Non c'è più solo la questione del tempo, la sfida amministrativa; adesso il tema è come realizzare quei progetti che si ritengono strategici per portare avanti quel progetto di città con la metà della capacità economica. Non credo che sia un caso che a mandato in corso, il Sindaco mi abbia affidato anche la delega al Patrimonio perché nelle circostanze date serve una logica diversa del patrimonio, che va utilizzato sempre di più come leva delle trasformazioni e non solo come strumento finanziario e di bilancio. Bisogna trovare soluzioni creative, nuove, anche facendo ricorso a scambi e permute con altri enti dello stato o pubblici. Ci sarà un motivo se per 25 anni le grandi aree dismesse sono rimaste ferme. Serve un pensiero laterale e strumenti diversi. Questo è un mandato in cui bisogna operare in maniera creativa e per strade non tradizionali. E credo che questa sia una peculiarità del modo con cui in questo mandato portiamo avanti le cose.
C’è poi, diciamo così, questa precarietà degli scenari. È una cosa che va assunta come modo d'essere del governo delle città. Le città sono organismi viventi, cambiano continuamente, quindi c'è sempre questo sfasamento, diciamo, tra la logica della pianificazione che fotografa e le città che cambiano, che sono quindi un flusso. Questo è particolarmente vero in quest'epoca. Noi dobbiamo assumere la contingenza come parte integrante del governo delle città. Ora qual è l'appiglio a cui puoi agganciare l’azione politica e amministrativa nel contesto di questa precarietà strutturale? Abbiamo visto che quello economico può cambiare da un momento all'altro. Lo stesso vale per il quadro politico. Basti pensare a come cambia la capacità di azione di una città come Bologna di fronte al governo più a destra della storia d’Italia. Il quadro amministrativo è complicatissimo, perché i grandi stravolgimenti dal punto di vista dell'ingegneria organizzativa non sono compatibili con le tempistiche con cui dovresti fare le cose. Rimane l’indirizzo politico. Se siamo convinti che la città della conoscenza, l'impronta verde, la missione per la neutralità climatica, ecc. sono ciò di cui la città ha bisogno, questi obiettivi ti danno quell'elemento di coerenza su cui puoi provare a gestire la contingenza. Quello che conta è la coerenza con quell'obiettivo e con il progetto di città – essere la città più progressista d’Italia. Se è coerente lo perseguiamo, rinegoziando e adattando l’applicazione alle circostanze di volta in volta date. E’ una logica di governance continua, ossia di negoziazione più o meno cooperativa o conflittuale tra una pluralità di attori alla luce di variabili che cambiano il governo e la città. Anche l’urbanistica deve essere pensata sempre più in questa chiave di governance. Visto in questa luce, il masterplan non è il tentativo di fotografare in maniera rigida le cose. E lo spartito sul quale si porta avanti la governance.
Questo ci porta al secondo aspetto, l’attuale carattere non conformativo dell’urbanistica. Con la nuova legge regionale questo orizzonte non conformativo dell’urbanistica si è fatto legge. In astratto si tratta di una logica più flessibile, che serve ad accompagnare processi mutevoli. Sperimentata sul campo questa legge regionale produce però effetti diversi. Per essere efficace il quadro non conformativo deve andare di pari passo con una forte capacità di indirizzo e regolazione dell'amministrazione, perché sennò tu confondi la semplificazione con la deregolamentazione. E togli strumenti all'amministrazione. Se tu vuoi governare i processi nel loro farsi e nelle loro evolversi senza fotografare, ingessare le cose, devi dare ai Comuni gli strumenti di governo.
Secondo me ci dobbiamo abituare sempre di più a governare la contingenza che sarà la normalità. Contingenza e necessità è il titolo di uno dei lavori che ha scritto il mio maestro Carlo Galli parlando di Machiavelli. Secondo me l’urbanistica e il governo delle città si stanno spostando sempre di più da un orizzonte hobbesiano, statico, a un orizzonte per così dire machiavelliano, in movimento. È un po' come muoversi in mare aperto. Una sfida che secondo me va accettata.
Questo mi porta alla terza questione, il tempo. La variabile del tempo è importante e anche questa non la governiamo. A me il Sindaco ha chiesto di lavorare a un progetto di città su dieci anni, su due mandati. Che però deve produrre risultati già dal primo mandato, perché devi dare continuità per incidere profondamente, ma devi anche portare risultati in tempi brevi, perché senza quelli viene meno anche la possibilità di dare continuità nel tempo. Quindi dobbiamo stare anche lì in mare aperto: Su che cosa puntiamo? Che cosa ha più chance di essere portato a casa dentro il mandato e quindi fare da volano anche per le altre cose?
Un altro punto decisivo: un modo nuovo di usare il masterplan. Quantomeno dal mio punto di vista è uno strumento molto in linea con quell'idea di logica di piattaforma di cui parlavo prima. Perché il masterplan che cosa fa? Serve a connettere gli interventi e gli attori, a farli entrare in relazione. È un modo con cui provare ad abilitare e sviluppare tutte le opportunità. Ed è anche un modo per attrarre, perché in alcuni casi il masterplan è un’operazione di marketing territoriale, che può servire a portare quegli investimenti o attori che mancano per realizzare il progetto. Il masterplan è quindi il tappeto di gioco su cui poi si innesta proprio quella logica di governance di cui parliamo. Io almeno lo uso per fare convergere interessi verso un obiettivo, provare a portare dentro un unico ragionamento più interventi, perché così possiamo connetterli e dare più coerenza. Detto altrimenti, per me il masterplan non è un disegno, più o meno bello, più o meno riuscito, ma uno strumento di governo delle trasformazioni. Certo, questo presuppone una certa invasività, diciamo così, del punto di vista politico, ma credo che sia necessario se non vogliamo rimanere fermi o schiacciati da dinamiche potentissime che spesso passano sopra la nostra testa.