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Andata e Ritorno. La Via dell’arcipelago pontino
Il progetto per il carcere di Santo Stefano
Francesca Rossi


Parole chiave: paesaggi costieri; vulnerabilità; sostenibilità; identità culturale; comunità locali - coastal landscapes; vulnerability; sustainability; cultural identity; local communities

 

Abstract
Sei piccole isole in cui l’isolamento è da sempre condizione e limite: esilio fisico, culturale e sociale che sottende ai processi di sparizione di valori e delle relazioni, dei legami territoriali e identitari, cui si aggiunge una forte fragilità ecologico-ambientale. Il progetto in corso per il penitenziario di Santo Stefano, sull’omonima isola dell’arcipelago, è occasione per promuovere l’identità del Mediterraneo attraverso la cura e la valorizzazione dei suoi luoghi. Gli interventi di tutela e trasformazione proposti dal progetto cercano di legare la memoria del carcere al suo territorio attraverso il racconto di una storia locale insieme al significato di valori universali, necessari per delineare nuove prospettive di sviluppo sostenibile e inclusivo all’interno del Mediterraneo.




Il paesaggio costiero tra biodiversità e pressione antropica

I paesaggi costieri, per la forte interazione esistente tra l’ecosistema terrestre e quello marino, si caratterizzano per un’elevata biodiversità che li rende forti produttori di servizi ecosistemici. Questi ultimi, in quanto funzioni e benefici erogati naturalmente, rappresentano un essenziale contributo nella costruzione di nuovi livelli di benessere per le comunità (MEA, 2005). Al tempo stesso, i paesaggi costieri sono luoghi fortemente alterati e alterabili sia da un punto di vista strutturale sia morfologico ed ecologico, perché compromessi da un uso improprio delle risorse e da forme diverse di pressione antropica (Ispra, 2016). Il turismo, in molti casi esclusivamente stagionale, è causa di un progressivo spopolamento che si aggrava nel periodo invernale, con il conseguente abbandono delle tradizionali attività agricole e marinare ma anche dei luoghi della socialità e dell’identità culturale. La sparizione di riferimenti identitari condivisi e la perdita del valore del paesaggio naturale e rurale come ambiente culturale significativo (Rossi, Cantaro, 2020) insieme alla crescente pressione ambientale, causata dalla ricorrenza degli episodi naturali emergenziali e dei processi sempre più rapidi di depauperamento delle risorse naturali, rappresentano le condizioni di vulnerabilità di questi contesti. La complessità delle forme di degrado e la difficile armonizzazione tra la conservazione del paesaggio costiero e lo sviluppo delle attività antropiche trova, però, una specifica risposta nel Protocollo sulla gestione integrata delle zone costiere del Mediterraneo (GIZC, 2010), ratificato dalla Commissione Europea nel 2010 (2010/631/UE). Un approccio integrato per la gestione e l'uso sostenibile delle aree costiere, che tiene conto della fragilità degli ecosistemi e dei paesaggi, della diversità delle attività e degli utilizzi, delle loro interazioni, della vocazione marittima di alcuni di essi e del loro impatto sulle componenti marine e terrestri. Un approccio che trova successivo riscontro nella Blue Growth quale strategia a lungo termine per promuovere la crescita sostenibile nei settori marino e marittimo (EC, 2012), così come negli obiettivi di sviluppo sostenibile della 2030 Agenda delle Nazioni Unite (UN, 2015). In particolare, la necessità di affrontare la minaccia rappresentata dal cambiamento climatico e dal degrado ambientale richiede di promuovere pratiche di adattamento agli effetti negativi dei fenomeni emergenziali e riconoscere, in una gestione sostenibile delle risorse naturali del nostro pianeta, l’unica possibilità per uno sviluppo economico e sociale, sostenendo forme di turismo sostenibile; di promuovere la comprensione interculturale, la tolleranza, il rispetto reciproco, insieme a un’etica di cittadinanza globale e di responsabilità condivisa per costruire comunità sostenibili, inclusive e resilienti (UN, 2015), obiettivi da allora ribaditi e rafforzati dalla New Urban Agenda (UN, 2017), European Green Deal (EC, 2019) e dalla Biodiversity Strategy for 2030 (EC, 2020).


Andata e ritorno. La Via dell’arcipelago pontino

L’evoluzione dei paradigmi disciplinari e delle politiche nazionali e internazionali sopra descritte, rappresentano il quadro di riferimento di questo contributo, quale parte integrante di un Progetto di ricerca finanziato dall’Università Sapienza di Roma nel 2019 dal titolo “Rigenerare i territori costieri del Medio Tirreno. Itinerari paesaggistici per comunità resilienti lungo la costa e nelle isole minori del Lazio”, di cui l’autrice è responsabile scientifico, che si incardina a sua volta nelle attività di ricerca del Cluster internazionale “Le Vie del Mediterraneo - Medways” (2019/2022) coordinato dal professore e architetto Mosè Ricci, per l’Accademia dei Lincei, Centro Interdisciplinare Beniamino Segre. La ricerca propone una riflessione sul progetto di paesaggio come dispositivo interpretativo che, a partire dalla potenzialità dei luoghi, contribuisca a riconoscere e narrare le relazioni sociali, fisiche e percettive che legano le comunità ai loro paesaggi, individuando e promuovendo le infrastrutture costiere paesaggistiche e culturali lente quali dispositivi ecologici per la risignificazione degli spazi aperti e dello spazio pubblico. La continuità dei percorsi di connessione territoriale, indispensabili per una fruizione turistica sostenibile, e la ridefinizione del rapporto tra ambiente naturale e i tessuti insediativi, rappresentano una possibilità per sperimentare interventi a basso impatto ambientale e energetico in grado di valorizzare gli elementi dell'identità locale, nelle sue componenti materiali e immateriali, e contestualizzarle all’interno del più vasto ambito del Mediterraneo.
Nello specifico, la ricerca riconosce lungo la costa tirrenica che si estende a sud di Roma, al largo del promontorio del Circeo e del Golfo di Gaeta, il sistema insulare dell’arcipelago pontino rappresenta un territorio attraversato da tracciati, rotte e testimonianze che ne fanno un continuum ambientale, storico e culturale unico, compreso all’interno del Parco Nazionale del Circeo e della Riserva Naturale Statale - Isole di Ventotene e Santo Stefano insieme all’omonima Area Marina Protetta (fig. 1). Una secolare storia di scambi terrestri e marittimi, commerciali e turistici, in cui le diversità e le specificità dei singoli contesti si sono sovrapposte nella restituzione di un sistema complesso e unitario che costituisce la matrice storica e culturale dell’arcipelago, connotata dall'essere stata sempre una terra colonizzata, abbandonata e ripopolata.
Luogo di esilio e di confino, contesto per sua natura ostile e allo stesso tempo di grande bellezza, l’arcipelago conserva le testimonianze storico-archeologiche dell’epoca romana, così come delle profonde trasformazioni avvenuta dal regno borbonico all’epoca fascista (Apolloni Gettj, 1968).
Sei piccole isole vulcaniche, di cui la più grande, Ponza, ha una superficie di 7,5 chilometri quadrati, e la più piccola, Gavi, di soli 14 ettari; Ponza e Ventotene le uniche due isole abitate, mentre le altre, Palmarola, Gavi, Zannone e Santo Stefano, disabitate.
La Via dell’arcipelago pontino è quindi la via dell’esilio, l’andata, che ha inizio con il mito di Ulisse, che nel suo lungo viaggio lontano da Itaca, approda nell'arcipelago in cui dimorava la maga Circe, e continua con l’imperatore romano Tiberio, che preferisce la solitudine nella sua villa piuttosto che la vita di Roma e infine è Giulia, la figlia di Augusto, ad essere istituzionalmente la prima esiliata a Ventotene per il suo comportamento dissoluto, nel II secolo a.C (De Rossi, 1993). Dopo la colonizzazione da parte dei romani, l'arcipelago, abbandonato, diventa un rifugio per i pirati. Solo con l'inclusione nel Regno di Napoli, nel 1715, ha inizio la nuova colonizzazione e urbanizzazione dell’Isola di Ponza e di Ventotene. Antonio Winspear e Francesco Carpi costruiscono il porto, la chiesa, il cimitero a Ponza e il carcere sull’Isola di Santo Stefano e insieme alle famiglie ischitane e torresi arrivano sulle isole anche criminali e galeotti trasformandole nuovamente in colonie penali, luoghi di confino e avamposto militare fino alla seconda guerra mondiale (Fasolo et al., 1986).
Una condizione di esilio ininterrotto, che ha assunto nel tempo forme diverse e che si manifestano tuttora nei fenomeni di spopolamento, nell’invecchiamento della popolazione e nel lavoro prevalentemente stagionale legato al turismo di massa, nella difficoltà di collegamento con la terraferma e la mancanza di una vera politica energetico-ambientale sostenibile. Un isolamento fisico ma anche culturale e sociale, che sottende ad un costante processo di sparizione di relazioni umane, tradizioni, appartenenza territoriale e identità collettiva.

Le isole rappresentano anche dei contesti preziosi in cui affrontare quanto prima le nuove sfide, concretizzatesi con il nuovo Green Deal Europeo, che hanno l’obiettivo primario di affrontare i cambiamenti climatici e il degrado ambientale L’uso efficiente delle risorse, la transizione verso un’economia pulita e circolare, il ripristino della biodiversità e la riduzione dell’inquinamento sono obiettivi che risultano essere ancora più definiti se riferiti ai contesti isolani.
Le isole minori possono divenire laboratori ideali dove applicare modelli innovativi nell’ambito dell’energia, del ciclo delle acque e dei rifiuti a tutela delle risorse naturali e paesaggistiche presenti e per valorizzarle con ambiziosi progetti sostenibili (Legambiente, 2021).
La Via del ritorno, è quindi espressione di un concreto processo cambiamento, di riuso e riciclo dei luoghi, basato sui concetto di accessibilità e inclusione, che intende il progetto di paesaggio, interpretato in chiave ecologica, quale strumento per esprimere la capacità rigenerativa, adattiva e resiliente dei luoghi. Il paesaggio, dunque, è l’infrastruttura a sostegno di ogni possibile trasformazione territoriale, in cui il progetto rappresenta il dispositivo concettuale in grado di operare sul senso e sul nuovo ciclo di vita dello spazio esistente (Ricci, 2019).
Il paesaggio, cioè può svolgere una funzione di mediazione che consente alla natura di sussistere ancora come mondo per l’uomo attraverso una proiezione, una costruzione culturale e narrativa in cui la memoria, quale relazione invisibile tra il tempo e lo spazio, ha il compito di riparare i danni e rilanciare, in una prospettiva di sviluppo sostenibile e inclusivo, un uso consapevole ed etico del patrimonio storico, ambientale e culturale (Besse, 2008), indispensabile per far fronte alle attuali condizioni di fragilità dei contesti costieri e insulari


Il progetto per il carcere di Santo Stefano

Il progetto integrato di restauro e valorizzazione dell’ex carcere borbonico di Santo Stefano rappresenta, in questo quadro di riferimento, un’occasione per restituire, attraverso il progetto, un significato a questo particolare paesaggio dell’arcipelago, a partire dalla comprensione e interpretazione della sua identità storica e culturale.
Il carcere, chiuso definitivamente il 2 febbraio del 1965, viene costruito tra il 1773 e il 1799, secondo il modello del Panopticon che consente ad un solo uomo di avere una visione su tutti i prigionieri (Foucault e Pierrot 1983) e ad ogni detenuto di essere osservato in qualsiasi momento da un unico
guardiano (fig. 2).

Il suo progettista, Francesco Carpi, che forse era a conoscenza della teoria illuminista del panottico del filosofo e giurista Jeremy Bentam, conosceva sicuramente il Teatro San Carlo di Napoli, inaugurato nel 1737, cui la pianta dell’ergastolo di Santo Stefano corrisponde in modo sorprendente, soltanto con posizione opposta degli attori, i carcerati, che sono sugli spalti, e del pubblico, ossia i guardiani, sul palcoscenico (Parente, 2008)
Il progetto, finanziato con le risorse del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014/2020 (FSC) per la realizzazione del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” afferisce agli “interventi di grandi spessore volti al recupero di strutture dismesse e degradate” del Piano stesso. Per la complessità delle attività da realizzarsi e il coinvolgimento di numerose amministrazioni, è stato individuato, quale strumento attuativo, il Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) che disciplina le risorse aggiuntive e gli interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici e sociali (ex art.119 comma 6 della Costituzione).
Il CIS Recupero e rifunzionalizzazione dell’ex carcere borbonico dell’isola di Santo Stefano a Ventotene è stato pertanto sottoscritto nell’agosto del 2017 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, l’Agenzia del Demanio, la Regione Lazio, il Comune di Ventotene, la Riserva Naturale Statale e Area Marina Protetta “Isole di Ventotene e S. Stefano” e l’Agenzia Nazionale per l’attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’impresa S.P.A. – Invitalia.
Il Programma degli interventi allegato al CIS, prevede che all’edificio venga restituita più che una specifica funzione la capacità di funzionare come luogo specifico attraverso la messa in sicurezza  degli edifici; la realizzazione e l’adeguamento degli approdi all’isola; il recupero, restauro e rifunzionalizzazione degli edifici del complesso; la sistemazione delle aree esterne pertinenziali del carcere; la sistemazione della viabilità pubblica dell’isola; la realizzazione delle infrastrutture per la produzione e approvvigionamento di energia elettrica, acqua potabile e combustibile; la realizzazione delle infrastrutture per la depurazione e scarico delle acque reflue e lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti e la realizzazione degli interventi di messa in sicurezza delle falesie in corrispondenza della viabilità e degli approdi.
Il bando di concorso internazionale per la progettazione, indetto da Invitalia nel giugno 2021, prevede la redazione di un progetto complessivo per il recupero, restauro e rifunzionalizzazione dell’ex complesso carcerario, e la riconsegna del bene a una funzione eminentemente culturale e simbolica, con i seguenti obiettivi prioritari indicati nel disciplinare di gara:

Il principio di sostenibilità dovrà pertanto informare qualsiasi scenario di intervento per restituire un significato contemporaneo al carcere, condividendo valori fondamentali per il futuro dell’Europa e del Mediterraneo, a partire dal riutilizzo dell’intero complesso in ragione dei profondi valori simbolici che detiene. Il Manifesto di Ventotene, Per un’Europa libera e unita scritto, nel 1941, da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con Eugenio Colorni (Spinelli e Rossi, 1944), durante il confino, rappresenta il dispositivo narrativo che legare la storia al suo territorio, attraverso la lettura sincronica di entrambi. Lo spazio fisico diviene il luogo in cui convivono passato e presente, uomini liberi e prigionieri, natura e artificio, terra e mare, dando vita a possibili nuovi processi di identificazione sociale e culturale. Il carcere, emblema di costrizione e abbandono, può trovare nel riuso come polo di formazione e di creatività artistica, un nuovo ciclo di vita che lo ri-contestualizza nella contemporaneità.
Il progetto assume un ulteriore importante significato se pensato nell’attuale momento storico in cui la pandemia, il conseguente e prolungato isolamento e il necessario ma sofferto distanziamento sociale hanno evidenziato e riportato attenzione sul ruolo e il bisogno condiviso di luoghi inclusivi e riconoscibili a noi stessi. Luoghi che diventino espressione di nuova socialità attraverso attività creative e socialmente utili, destinate alle comunità locali e a quelle internazionali. Studiosi, artisti e ricercatori, potranno contribuire, con la loro presenza sull’isola in periodi dell’anno diversi e più estesi, a innescare nuove opportunità economiche e occupazionali (fig. 3).


Prospettive per un progetto ancora aperto

Il paesaggio dell’arcipelago si trasforma, attraverso il progetto di riuso e valorizzazione, in una nuova infrastruttura che può contribuire a sostenere l’articolazione degli ambiti naturali, semi- naturali e artificiali in continuità tra loro.
Il rapporto tra tutela e trasformazione, se persegue obiettivi di rigenerazione ecologica e ambientale finalizzati a confrontarsi con le questioni di natura sociale, economica e culturale, trova, in un approccio integrato e multiscalare, la capacità di adattarsi alle istanze espresse dal contesto e di intendere la cultura della conservazione non più come tutela di singoli beni culturali e paesaggistici quanto come eredità naturale e culturale del paesaggio (Gambino, 2016). In questo senso, il progetto deve essere in grado di generare processi utili per lo sviluppo di un turismo costiero ecologicamente sostenibile, economicamente conveniente, eticamente e socialmente equo nei riguardi delle comunità locali (Carta di Lanzarote, 1995).
Il progetto per il recupero e la rifunzionalizzazione dell’ex carcere borbonico a Ventotene è un progetto ancora aperto, finalizzato alla costruzione di connessioni spaziali, culturali e sociali, in cui è fondamentale la condivisione di un sistema di valori che faccia riferimento ai paradigmi dell’ecologia, della sostenibilità e della sensibilità paesaggistica in ogni decisione ed azione progettuale (Ricci, 2012). Attraverso processi condivisi e inclusivi, si potranno elaborare competenze e relazioni, sviluppando e incrementando capitale sociale. Un’azione collettiva che costituisce sapere ed esperienza condivisa, che fa del rapporto tra l’umano e il suo ambiente circostante, una sorta di promemoria universale.
L’isolamento nell’arcipelago pontino permane, quale condizione esistenziale indelebile, perché esuli, confinati, prigionieri, migranti e pescatori hanno lasciato un’impronta ormai incorporata nel paesaggio. Una traccia, che, se interpretata in un progetto aperto ad essere riscritto e modificato in modo adattivo, potrà rendere possibile la ricomposizione di architetture, spazi, saperi, usi e tradizioni, in un tempo multiplo e circolare, secondo un concetto in cui innovazione significa contaminazione della conoscenza passata con la nuova, attraverso la consapevolezza culturale e tecnica, ma soprattutto attraverso la sostenibilità sociale ed ambientale.
Una memoria di lunga durata, una deep memory, come visione del mondo da parte di una comunità che cerca pertinenze oltre le discontinuità e le cesure inevitabili (Tarpino, 2016). In questo il Mediterraneo costituisce a volte un limite, una barriera che si estende fino all’orizzonte, ma da solo costituisce anche un universo e un pianeta (Braudel, 1987).




Riferimenti bibliografici

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Note

1 United Nations (2015), 2030 Agenda for Sustainable Development, available at:https://www.un.org/sustainabledevelopment/development-agenda/ (accessed)

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