Primo piano Prospettive per il Mediterraneo

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Il respiro della città
Pepe Barbieri, Angela Fiorelli, Alessandro LanzettaPDF




Parole chiave:          Porosità, opacità, contaminazione, attraversamento, densificazione
Porosity, opacity, contamination, crossing, densification

 

Abstract:
                       
Quali aspetti dell’essere stato della storia del Mediterraneo possono divenire condizioni per il progetto dell’abitare contemporaneo? In continuità con i temi dei precedenti numeri di EWT, la domanda è: come questa storia può fornire “segni direttori”, anche immateriali, per l’attuale disegno urbano?
Mai come in questo periodo storico prevale l’esigenza di produrre “ossigeno urbano”. La recente emergenza pandemica ci spinge a comprendere a fondo il principio insediativo delle nostre città e a coglierne il potenziale trasformativo sia in termini di necessità emergenziale, che di densificazione urbana perché le nostre città, nonostante le numerose sfide, possano tornare a “respirare”. In tale direzione la città mediterranea si mostra ad oggi come un principio ancora valido di sviluppo e modificazione urbana poiché la sua configurazione si conforma, ripetendosi a tutte le scale, attraverso una struttura spugnosa fatta di pieni e vuoti, spazi porosi tra privato e pubblico, sacche di riserva che comprimono e dilatano uno spazio fondato sull’ibridazione tra casa e città. Ciò produce aree di soglia che possono essere considerate i luoghi resilienti di cui tanto si parla, da adattare di volta in volta alla necessità contingenti. Gli archetipi del muro e del recinto sono gli elementi paradigmatici di questo spazio: limiti materiali e visivi, ma anche, allo stesso tempo pareti permeabili ed osmotiche che invitano al loro superamento e attraversamento, sia fisico che percettivo.
Esiste, così, una natura intrinseca e a-scalare dello spazio che possiamo definire labirintica, permeabile e apparentemente caotica, la quale è frutto di una modalità di costruzione processuale semi-spontanea che nasce dal bacino del Mediterraneo e si allarga a tutte le aree geografiche dell’Occidente. Una natura fenomenologica dell’’habitat umano, dal paesaggio alla residenza, che è adatta a fornire agli spazi urbani quel carattere domestico e “ibrido” che li trasforma in luoghi di comunità e che costituisce un codice formale insediativo antropologicamente trasversale.




Il respiro della città

«Essere stati è una condizione per essere. Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. [...] Un Mediterraneo più vasto, dunque, circonda e avvolge il Mediterraneo in senso stretto, servendogli da cassa di risonanza» (Brudel, 1987)
Essere stati è una condizione per essere. Quali aspetti dell’essere stato della storia del Meditarraneo possono divenire condizioni per il progetto dell’abitare contemporaneo? In continuità con i temi dei precedenti numeri di EWT, la domanda è: come questa storia può fornire “segni direttori”, anche immateriali, per l’attuale disegno urbano? È una storia in cui due parallele concezioni hanno fornito al mondo matrici di forma – etimi strutturanti delle relazioni spaziali - nel rapporto con il continuum della natura, per realizzare le architetture del proprio tempo: il modo greco della classicità, in cui un’arte della disposizione dei grandi luoghi collettivi, per mezzo di una regia di relazioni tra figure primarie protagoniste, mette in risonanza lo spazio sacro della natura (fig.1); una sacralità che diviene laica nelle ricerche del Movimento Moderno che, nell’affrontare il tema della città aperta, estesa al territorio, trasforma l’idea dell’isolato urbano nella concezione di “isola urbana nella natura” (Lejeune,2016) (fig.2); e, accanto a questa, una quotidiana traduzione della natura in architettura attraverso un brulichio di trame insediative che ne assecondano e interpretano la forma, con linguaggi  fondati tutti su un continuo dialogo organico tra pieni e vuoti. Una modalità di costruzione dello spazio che, a partire dalla lettura che ne danno Walter Benjamin e Asja Lācis nel saggio su Napoli (Benjamin, Lacis, 2020, prima ed. 1924), si trasmette anche alla ricerca attuale sulla città, con la parola chiave, plurisenso, di porosità. Una porosità che già nella accezione benjaminiana non si deve riconoscere solo nella natura minerale di queste forme urbane, espressa nelle sequenze di articolazioni intrecciate tra costruito e cavità, aperture, transiti e passaggi, ma nel ruolo che queste organizzazioni spaziali svolgono nell’offrire una mutevole “scena” ai corpi e, reciprocamente, nell’accogliere la loro impronta, la loro febbrile presenza, nelle molteplici occasioni dell’attraversamento e dello stare che modellano un materiale permeabile di varie grane e densità.

È un’offerta di qualità sociale e salutare dello spazio di cui la pandemia ha, in questo tempo, reso palese la necessità e la mancanza. Ed è ad una rinnovata “vita mediterranea” che può portarci la via antica della morfologia dei suoi spazi. Da qui il tema e il titolo del nostro contributo alla ricerca MedWays – le Vie del Mediterraneo, coordinata da Mosè Ricci e Maura Mantelli: Il respiro della città. Una campionatura di casi recenti o contemporanei, che possano mostrare la presenza – con diversi gradi di consapevolezza – dell’adozione di questa modalità di costruzione dell’abitare in vari luoghi del mondo. Si tratta di proporre un ruolo più incisivo del rapporto tra morfologia e politiche urbane, mostrando come l’utilizzazione di questi dispositivi spaziali, possa corrispondere, in realtà anche molto diverse, all’accettazione, tradotta nelle forme e negli strumenti dell’architettura, di una idea aperta e colloquiale di accoglienza e di vita condivisa. Nei tanti Mediterranei del mondo, sempre più, materialmente e immaterialmente, connessi.
Una MedWay immateriale – un principio spaziale mediterraneo – attraversa, quindi, la storia dell’architettura e si offre, anche in terre lontane, a donare maggiore ricchezza e opportunità alle diverse forme dell’abitare in un continuo intreccio e risonanza tra esterno e interno. È un etimo che riguarda i nessi strutturanti dello spazio declinabili secondo diverse accezioni del linguaggio e dei materiali, ma che non deve intendersi da questi né connotato né ridotto, con intenti commerciali, ad una loro replica pittoresca. Produce insediamenti dal carattere poroso dove i vuoti sono altrettanto importanti dei pieni. Se poi accanto a porosità evochiamo altre parole chiave, come opacità/trasparenza o mixitè, si comprende che è proprio nell’intervento sul costruito - con il costruito - che si apre un grande campo di occasioni in cui sperimentare l’enorme potenziale spaziale e sociale dell’utilizzazione dei dispositivi architettonici e urbani della “mediterraneità” (Gravagnuolo,1994) (fig.3), anche per affrontare, attraverso la forma e non solo con le tecnologie applicate, l’efficienza energetica e l’emergenza climatica e più in generale la “salute della città” (fig.4)(fig.5).

Da sempre infatti la città mediterranea è una città “che respira”, conformata attraverso “alveoli urbani” che in modo frattale, a tutte le scale, comprimono e dilatano alterando lo spazio. I luoghi dell’abitare mediterraneo infatti, fondati sull’ibridazione fisica e concettuale tra la casa e la città, si strutturano sull’alternanza tra la sfera dell’individuo e quella della comunità. E in tal gli senso spazi urbani che per loro natura fungono da spazi diaframma - spazi “soglia” tra la dimensione domestica e quella collettiva - costituiscono vere e proprie «sacche di riserva» (Carpenzano, 2020) che la città offre all’uomo che la abita. Questi luoghi sono la materia plastica, elastica e malleabile che modella, in un continuum metamorfico, l’immagine in fieri delle nostre città.
Il fenomeno di incessante trasformazione e stratificazione della città mediterranea è riconducibile anche al processo formativo fondato sugli elementi archetipici di muro e di recinto e, al contempo, dall’idea di superamento e di negazione di essi.Il concetto di muro infatti porta con sé, per immediato effetto, quello di limite e di attraversamento, tanto fisico quanto percettivo:
«Lo spazio dell'architettura […] viene percepito dall’attraversamento spaziale e temporale (emozione). [...] L'emozione temporale richiede contemplazione; l'emozione spaziale va cercata nel percorso, nella scoperta» (Aparicio Guisado, J. M., 2000)

L’attraversamento, pertanto, conferisce alle tre dimensioni della materia architettonica la quarta, quella del tempo. L’architettura, così, va qui intesa come costruzione di muri e superamento degli stessi, in un processo continuo che, per mezzo del passaggio, del percorso, costruisce progressivamente il disvelamento della città.
È ancora possibile leggere il principio mediterraneo nello sviluppo della città contemporanea? Possiamo estrapolare dall’antiche forme dell’abitare, nate nel bacino della cultura occidentale, validi modelli per disegnare gli spazi della città del domani?
Oggi, come in altri periodi della modernità, la lezione dei centri urbani mediterranei può essere ancora efficace per risolvere i problemi delle metropoli contemporanee: esiste infatti una natura intrinseca e a-scalare dello spazio mediterraneo che possiamo definire labirintica, permeabile e apparentemente caotica, la quale è frutto di una modalità di costruzione processuale semi-spontanea. Una natura fenomenologica riscontrabile a ogni scala dell’’habitat umano, dal paesaggio alla residenza, che è adatta a fornire agli spazi urbani quel carattere domestico e “ibrido” che li trasforma in luoghi di comunità (Rudofsky B. 1979).
Le modalità mediterranee di organizzazione dello spazio urbano possono così essere sia un riferimento morfologico - figurativo, sia uno strumento per dare forma e qualità alle nuove espansioni pianificate e alle borgate costruite in maniera informale, al di fuori dei piani (Lanzetta, 2018). Un discorso, peraltro, valido in molti contesti, poiché, come insegna Braudel: «Un Mediterraneo più vasto circonda e avvolge il Mediterraneo in senso stretto» (Braudel, 1987).
La spazialità mediterranea, così, è oggi estremamente attuale: molti quartieri delle metropoli di questo Mediterraneo allargato sono stati disegnati ispirandosi a tali modalità progettuali informali, finendo così per somigliare in maniera impressionante alle loro favelas (fig.7). Inoltre, in questi stessi contesti alcuni edifici di grande scala hanno accolto al loro interno questa spazialità porosa e complessa. Dal patio domestico ai labirinti urbani, il principio mediterraneo s’insedia così nella vita delle città contemporanee, contrastando le regole dell’urbanistica modernista dei numeri e dello zoning attraverso l’architettura e cercando, così, di riconquistare un archetipico e articolato habitat fenomenologico. Ripensare le città contemporanee, risanandone le immense periferie, vuol dire allora prendersi nuovamente in carico questo tipo di ambiente, imparando a riconoscerne le qualità nella caotica e gigantesca scala della vita metropolitana odierna.

Nella ricerca condotta dal nostro gruppo si è proceduto alla mappatura di alcuni casi studio disseminati nello spazio e nel tempo, e, successivamente, alla redazione di schede che illustrano la validità di questo “approccio mediterraneo” per la realizzazione di politiche urbane basate sulla mixitè sociale, funzionale e morfologica, nonché su una concreta sostenibilità ambientale. Gli approfondimenti di ogni singola opera e le relative matrici tipologico-spaziali mettono così in luce la diffusione del “principio mediterraneo” in diverse aree geografiche e, al contempo, costituiscono uno strumento di indagine per una loro lettura critica nello spazio urbano contemporaneo (fig.8). In tale direzione, i casi-studio sono stati analizzati secondo categorie desunte da elementi e azioni primarie dell’abitare (l’attraversamento, lo spazio dello stare, il recinto, gli spazi soglia, ecc.) riconoscendo la reiterazione di questo modello spaziale nelle diverse scale dell’agire urbano, sia nei progetti di rigenerazione di tessuti edilizi esistenti che in quelli di nuova espansione e attribuendo ad ogni opera indagata un indice di sostenibilità ambientale.

 


Riferimenti bibliografici

Aparicio Guisado, J. M., (2000)  El muro, Asppan, Madrid, ES

Braudel, F.  (1987), Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia gli uomini, le tradizioni, Bompiani, Milano, IT.

Carpenzano, O., (2020), La Città che non esiste, Lectio magistralis, WinAReQ, Facultad de Arquitectura y Urbanismo (FAU) de la Universidad UTE de Quito (Ecuador).

Benjamin, W. Lacis, A.,(2020), Napoli Porosa, Dante & Descartes, Napoli, (prima ed. 1924) IT.

Gravagnuolo, B. (1994), Il mito Mediterraneo nell’architettura Contemporanea, Electa Napoli, Napoli IT.

Lanzetta, A. (2018), Roma informale. La città mediterranea del GRA, Manifestolibri, Roma IT.

Lejeune, J. F., Sabatino, M., (2016), Nord/sud. L'architettura moderna e il Mediterraneo, List, Trento IT.

Rudofsky, B. (1979), Le Meraviglie dell’architettura spontanea, Laterza, Bari IT.




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