La città artistica

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Flumen
Matteo BenedettiPDF




Parole chiave: Tevere, visione, conoscenza, Flumen, ponte; Tevere, vision, knowledge, Flumen, bridge

 

Abstract:

Le immagini che si sommano nel percorrere il fiume ci portano in un ideale viaggio che connette alla dimensione sacra che il Tevere ha da sempre intrecciato con Roma, una dimensione che permette ragionamenti interessanti riguardo il rapporto tra natura e artificio, tra luogo terreno e ultramondano. Fotografia, testo e disegno si incontrano per comporre una sinfonia fatta di diverse modulazioni e sfumature rivolta alla conoscenza poetica della realtà. Segni che, come il fiume, tracciano un discorso che non procede linearmente, ma si articola con differente portata e velocità, in movimento sinuoso, nel territorio della conoscenza, estrapolando da un luogo i significati che si ritengono più profondi e adatti alla resistenza e al consumo del tempo.

 

 

Il Tevere è un solco, una traccia profonda nel tessuto variegato e scomposto di Roma. Uno squarcio che quasi si mimetizza a uno sguardo distratto, per poi testimoniare la sua vertigine quando ci si sporge dai parapetti che lo affiancano. Il Tevere non scorre con la calma austera di altri fiumi europei. Il Danubio, il Tamigi, la Senna più che dividere violentemente le città, connettono le trame edilizie, creano una amalgama ambientale che si distende come un lenzuolo sul largo invaso di questi fiumi. Il distacco tra il piano urbano e quello dell’acqua è di piccola entità, date le minime variazioni della portata di acqua. Sono fiumi che scorrono placidamente specchiando i prospetti degli edifici e le architetture monumentali al variare delle stagioni e delle piogge. Il Tevere invece, più piccolo e irrequieto, ha trovato una relativa serenità con la costruzione degli alti muraglioni che lo hanno definitivamente allontanato dalla città, imbrigliandolo in una cintura di travertino. Gli argini di fine ottocento hanno assunto nel tempo un aspetto minerale, sembrano sezioni di scavo del terreno, materiale tornato ad essere materia naturale. In poco più di un secolo hanno ricevuto una patina ambientale che ha relativizzato la funzione di vigorosa costrizione dei limiti del fiume. La poderosa opera ingegneristica si è mescolata alla natura mutevole del fiume fatta di acqua, fango, detriti e vegetazione che si insinua in ogni fessura. Queste quinte scoscese hanno creato un grande interno distaccato dalla città, un sottosuolo indipendente in cui gli avvenimenti sembrano seguire un altro tempo. Innumerevoli sforzi critici e progettuali hanno tentato di restituire a Roma il contatto con il suo fiume, tentativi di ripristino delle discese al fiume, operazioni in bilico tra la filologica ricostruzione, idealizzata dalle vedute del fiume come era, e utopie infrastrutturali che immaginavano il Tevere come un canale di navigazione per gli spostamenti quotidiani. Idee sostenute dall’emulazione del passato o di altre realtà urbane e geografiche profondamente diverse, idee che non hanno mai superato l’inerzia che una realtà fortemente caratterizzata interpone a ogni tentativo di modifica.
Scendere le solide scale in pietra e immergersi per circa diciotto metri nel sottosuolo della città, è come ripercorrere l’altezza di un palazzo rovesciato lasciandosi alle spalle i marciapiedi e le strade, il brusio del traffico e della folla. La distanza dalla città è infinitamente maggiore di quelle poche dozzine di gradini. Le rive del fiume disegnano un luogo dai confini ideali traslati, ben più lontani di quelli fisici. Il fiume si proietta territorialmente in altri ambiti e, viceversa, porta dentro la città elementi esterni che provengono dallo storico confine tra Etruria e Latium vetus. Differenze geografiche arcaiche che permangono in alcuni aspetti relativi alla luce, alla materia, alla natura.
In alcuni momenti si ha l’impressione di esseri immersi in una grande forra etrusca dove la luce lacera le ombre dense dei ponti e della vegetazione articolandosi in inclinazioni che illuminano selettivamente i dettagli di questo mondo sotterraneo. Spazi in cui dominano alcune gradazioni di verde scuro accostate alle colorazioni terrestri dei basamenti tufacei ricoperti da uno strato di muschio umido. In altre parti il fiume sembra anticipare l’atmosfera marina della foce colorando i margini di tenue giallo sabbioso punteggiato da macchia mediterranea. In questo caso la luce meridiana, più distesa e diffusa, tende a schiarire l’acqua del fiume rendendola un fluido compatto assente di riflessi e increspature. Questa luce, in bilico tra quella fredda e precisa tipica dei paesaggi a nord di Roma e quella più estesa e compatta del litorale laziale, svela, insieme ai frammenti di natura selvaggia, il paesaggio originario della città.
Le immagini che si sommano nel percorrere il fiume ci portano, quindi, in un ideale viaggio che connette alla dimensione sacra che il Tevere ha da sempre intrecciato con Roma, una dimensione che permette ragionamenti interessanti riguardo il rapporto tra natura e artificio, tra luogo terreno e ultramondano. Il fiume è stato un margine quasi invalicabile sempre scrutato dalle alture che lo circondano perché essenziale per la vita e la morte, regolatore di raccolti e di disastri naturali. A questa natura dotata di potenza divina si contrappone la tecnica umana che, attraverso la costruzione di ponti, permette di dominarne le imprevedibilità. È la costruzione di un ordine, sempre in divenire, dove il limite diventa attraversabile, la comunità urbana può muoversi, connettersi tra le due sponde. A questo aspetto pratico si aggiunge anche quello spirituale che vede il ponte come connessione con un mondo superiore e il suo costruttore, il Pontifex, il sacerdote di questo rito.
Flumen è un progetto inteso come atto conoscitivo di uno spazio urbano precisamente delimitato. Viviamo in un’epoca di iper-documentazione della realtà perennemente a disposizione in tempo reale, la conoscenza dei dati e la conseguente elaborazione tecnica e scientifica supera infinitamente le volontà e le possibilità di modifica del reale. Oggi, come mai prima, sembra opportuno appoggiarsi ad alcune tecniche artistiche per approfondire i significati che una visione delle cose produce. Alla fotografia si affida, dunque, il compito di tradurre porzioni selettive di realtà e di restituirne interpretazioni umane e mediate, più efficaci della realtà stessa. L’immagine prodotta più che porsi come dato di fatto chiuso e confinato, si risolve in un universo aperto a diverse decifrazioni che possono spaziare su più livelli, formali e simbolici. Flumen è il contrappunto al precedente Altavisione. Opposti per quanto riguarda la scelta del soggetto, ma legati perché lanciano insieme uno sguardo sui luoghi limite del movimento verticale all’interno della città. Sulle terrazze, sui balconi, sulla superficie che avvolge i tetti degli edifici e sul mondo scavato dalla traccia del fiume, nascosto dalle volte dei ponti e dalla natura. In entrambi i casi si ricorre alla composizione per accostamento di linguaggi differenti. Le fotografie e i racconti di Alessio Dimartino tessono, nel caso di Altavisione, un confronto che si rinnova tra le pagine, ogni microstoria corrisponde a una immagine e viceversa, entrambe poste di fronte al lettore. In Flumen il testo e le fotografie scorrono invece incessanti in una narrazione di più ampio respiro e la relazione che ne deriva si intesse, senza interruzione, nell’interezza dello sviluppo. I riferimenti e i rimandi tra i due linguaggi, meno diretti e lineari, portano il lettore a un coinvolgimento creativo diverso, impegnandolo a inventare una personale rete di connessioni. Al confronto duale, tra immagine e parola, si aggiunge un terzo elemento con i disegni di Giorgios Papaevangeliou. Un ulteriore piano di lettura dotato di una maggiore astrazione che arricchisce il lavoro sia come apporto autonomo sia, di riflesso, ampliando l’orizzonte comunicativo del testo e delle fotografie. Soprattutto con queste ultime il disegno ingaggia un dialogo in cui escono allo scoperto alcuni temi geometrici di questo lavoro di ricerca, uno su tutti, la coppia dialettica del limite e della connessione, il fiume e il ponte, che si trova declinata nella rappresentazione grafica di due assi ortogonali, orizzonte e asse verticale, tema ricorrente nelle trame autografe di Giorgios Papaevangeliou, richiamato nelle costruzioni geometriche di alcune fotografie.
Fotografia, testo e disegno si incontrano per comporre una sinfonia fatta di diverse modulazioni e sfumature rivolta alla conoscenza poetica della realtà. Segni che, come il fiume, tracciano un discorso che non procede linearmente, ma si articola con differente portata e velocità, in movimento sinuoso, nel territorio della conoscenza, estrapolando da un luogo i significati che si ritengono più profondi e adatti alla resistenza e al consumo del tempo.





















































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