La città artistica

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Roma, Tevere
Monica ManiconePDF




Parole chiave: Tevere, arte, fotografia, Flumen; Tevere, art, photography, Flumen

 

Abstract:

Il Tevere riveste un ruolo di rilievo nelle descrizioni di Roma attraverso le arti. Spesso sostituito metaforicamente alla città stessa, diventa tramite attraverso cui interpretarla. Oggi è necessario guardarlo nuovamente attraverso le arti. Flumen, la ricerca di Matteo Benedetti, interpreta e sublima la relazione tra Roma e il Tevere attraverso la fotografia d’architettura.

 

 

I fiumi, fin dall’antichità, hanno spesso favorito la nascita e lo sviluppo di luoghi abitati, rappresentando, infatti, una risorsa indispensabile di acqua potabile, consentendo la pesca, rendendo possibile in molti casi la navigazione e, con questa, le comunicazioni e i commerci. Un grande numero di città sono ancora oggi legate ai loro fiumi: Parigi e la Senna, Londra e il Tamigi, Berlino e la Sprea, Vienna e il Danubio, per citare qualche esempio in Europa. Numerose sono le narrazioni che hanno raccontato questo legame profondo; basti pensare a tutte le volte in cui una città è illustrata nell’arte mediante il corso d’acqua lungo il quale è cresciuta. Ogni città, però, a seconda della conformazione idrografica e di fattori storici, economici, politici, culturali, ha sviluppato una differente relazione con il fiume.

Roma non può essere immaginata senza il Tevere. Non sarebbe probabilmente diventata la “città eterna” senza il suo fiume. Il legame che unisce Roma e il Tevere non si limita al solo disegno della città. La stessa morfologia del territorio su cui il tessuto urbano si è sviluppato nei secoli e i suoi sette colli sono il risultato dell’erosione del fiume. La simbiosi millenaria con esso ha consentito lo sviluppo dell’antico Impero romano, le trasformazioni urbanistiche nei secoli hanno portato alla realizzazione di importanti complessi edilizi, monumentali, infrastrutturali proprio lungo le sue sponde. Inoltre, poeticamente, il binomio Roma e Tevere va ricercato fin nell’animo degli stessi romani, nei miti e nelle leggende che accompagnano la città fin dalla sua fondazione, così come nelle feste popolari. Considerato soprattutto nel suo tratto che attraversa il centro storico, esso riveste un ruolo di rilievo nelle descrizioni della città nelle arti: nella letteratura, nella cinematografia, nelle opere pittoriche, nella scultura, nella musica. Oggi, invece, nonostante i diversi programmi e progetti che cercano di ricucire spazialmente ed emotivamente questo legame, molti guardano al Tevere come a un luogo di esclusione, quello che scorre tra le banchine dove corrono gli sportivi, si accampano i senza tetto, o dove, durante i mesi estivi, vengono allestite le bancarelle che ne rendono sovraffollati alcuni tratti. È, viceversa, ancora necessario indagarlo attraverso le arti per riscoprirne significati persi o che, nel corso dei secoli, hanno mutato senso.

L’iconografia del Tevere rispetta quella classica dei fiumi considerati sacri, come attestano opere pittoriche, scultoree, antiche monete. Anche le numerose fontane che si incontrano nella città mostrano il dio Tiberino come una figura maschile dalla lunga fluente barba, semi distesa, talvolta recante con sé un remo o un’anfora da cui sgorga l’acqua. Esempi di tali allegorie scultoree sono la colossale statua in marmo riconducibile all’età adrianea e rinvenuta presso Santa Maria della Minerva all’inizio del Cinquecento, oggi conservata al Museo del Louvre; la statua di Marforio ai Musei Capitolini, con molta probabilità il Tevere (secondo alcuni studiosi si tratta, invece, del dio Nettuno), rinvenuta nel Foro di Augusto; la fontana del Tevere del quadrivio di via delle Quattro Fontane voluto da Sisto V, raffigurante la divinità fluviale con cornucopia e lupa capitolina, a
sottolineare il prospero legame con la città di Roma.

Tra le descrizioni poetiche e letterarie, non si può dimenticare quella di Virgilio nell’VIII libro dell’Eneide, quando il suo eroe arriva sulle coste laziali avvistando il biondo, ombroso e ameno Tevere che con salti rapidi sfocia nel mare; in sogno il dio Tiberino appare ad Enea sotto le spoglie di un vecchio avvolto da un mantello e coronato di canne per suggerire all’eroe virgiliano di risalire la corrente del fiume fino al Palatino. Luigi Pirandello dedicò su “Riviera Ligure” (n.32, 1901) i versi intitolati Pianto del Tevere, al fiume, incassato in una prigione di grigie dighe e grevi ponti. Per un breve cenno alla pittura del Novecento, Giuseppe Capogrossi, prima della svolta astratta, dipinse più volte il Tevere. Nel 1935 espose alla II Quadriennale d'Arte Nazionale Piena sul Tevere, uno tra i suoi capolavori del periodo tonale e nel 1946 partecipò a una mostra su Roma organizzata da Cesare Zavattini con il quadro Ponti sul Tevere. Il Tevere compare, privilegiato, nella cultura più elevata e in quella più popolare. Il cinema ci narra vicende che si snodano lungo le rive del Tevere, luogo fondamentale nella vita romana tanto quanto le sue piazze e le sue chiese. In Poveri ma belli (Dino Risi, 1956) sul lungofiume si davano appuntamento i giovani dei quartieri vicini, per sfuggire alla calura estiva e fare il bagno nel fiume tuffandosi in acqua dal barcone del Ciriola, o direttamente dal ponte Sant’Angelo, come Accattone nell’omonimo film (Pier Paolo Pasolini, 1961). Nelle acque del fiume finiscono anche Audrey Hepburn e Gregory Peck dopo essere rimasti coinvolti in una rissa nella balera sotto Castel Sant’Angelo in Vacanze Romane (William Wyler, 1953). Oggi il bagno nel Tevere, non più biondo e ameno, è precluso dallo stato di degrado e di abbandono delle sue acque e delle sponde che solo in estate tornano ad essere in parte rivissute. Il bagno nel Tevere può essere solo richiamato in un film come Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2015), nel quale un tuffo nelle acque contaminate da sostanze radioattive trasforma il protagonista in un super eroe dotato di forza straordinaria. Ancora una barca attraccata alla banchina, adattata ad abitazione bohémien, nel film Venuto al mondo (Sergio Castellitto, 2012), diventa il luogo in cui i protagonisti di una pellicola cinematografica includono il fiume nella loro quotidianità. Lungo le banchine si destreggia in rocamboleschi inseguimenti James Bond sulla sua Aston Martin (Spectre, Sam Mendes, 2015); in Il Pranzo di Ferragosto (Gianni Di Gregorio, 2008), il pesce pescato nelle acque torbide e melmose diventa il pranzo del protagonista in una Trastevere deserta e desolata durante la festività estiva; l’automobile che precipita nel Tevere, nelle prime scene di Notti magiche (Paolo Virzì, 2018) dà inizio al lungo flashback che ricostruisce gli eventi narrati.

Rispetto ad altre città europee il Tevere, nel tratto che, procedendo da nord a sud, divide il centro di Roma, non avrebbe un’ampiezza tale da costituire un elemento di discontinuità se non fosse per la presenza dei monumentali argini. Al contrario che in altri centri sorti lungo un fiume, infatti, il Tevere scorre ad una quota più bassa rispetto a quella della città contemporanea, diversamente da quello che avveniva prima della sistemazione di fine Ottocento. Sin dall’antichità il fiume allagava periodicamente alcuni rioni. Nel dicembre del 1870 il livello del fiume raggiunse a Ripetta l’altezza di 17,22 metri. Le acque del fiume giunsero fino a piazza di Spagna inondando tutte le strade intorno a via del Corso da un lato, allagando particolarmente anche il quartiere ebraico di Roma, e tutto il rione Trastevere dal lato opposto. In seguito a quella disastrosa alluvione, il nuovo Stato italiano decise di arginare il Tevere mediante gli alti muraglioni di travertino, progettati dall’ingegnere Raffaele Canevari, che, ancora oggi, definiscono il margine del fiume. I lavori ebbero inizio nel 1876 e terminarono negli anni Venti del secolo successivo. Le demolizioni, necessarie alla costruzione degli argini, e la standardizzazione dell’altezza delle rive trasformarono completamente le strade intorno al Tevere nel tratto urbano, modificando definitivamente la relazione tra il corso d’acqua, gli edifici e il loro contesto. Nelle rappresentazioni più antiche di Roma e poi, in particolare, nelle opere di vedutisti e incisori settecenteschi, le acque erano solcate da numerose imbarcazioni, le sponde naturali del fiume non erano ancora limitate da argini in muratura e gli edifici erano costruiti a pochi metri dalle rive. Le fotografie dei Fratelli d’Alessandri e dei componenti della cosiddetta Scuola Romana di Fotografia del Caffè Greco, risalenti al periodo della realizzazione dei muraglioni, testimoniano ancora di più la metamorfosi di questi luoghi. Alcuni palazzi vantavano giardini e approdi sul fiume che andarono persi, molte strade che correvano lungo le rive naturali si ritrovarono al di sotto del livello del Lungotevere, come via Giulia, e molte strutture monumentali lungo gli argini furono demolite, tra cui il Porto di Ripa Grande, sulla sponda destra del Tevere, e il porto di Ripetta, voluto da papa Clemente XI Albani e realizzato nel 1704 da Alessandro Specchi. Pur nello scorrere della vita moderna, raggiungendo la quota inferiore delle banchine, per la presenza dei muraglioni e dei ponti che uniscono le due parti della città, si ha la sensazione di trovarsi all’interno di un’architettura a cielo aperto, in una Roma parallela e altrettanto poetica. Un doppio, si potrebbe dire, un mondo di sotto che si contrappone ad un mondo di sopra, un esterno che diventa interno e viceversa. Al di sopra del fiume, a scandirne la lunghezza, ci sono i ponti. È la presenza di queste strutture monumentali a misurare e definire il lungofiume, che si configura così come una successione di suggestive stanze di un particolare interno urbano.

Flumen, di Matteo Benedetti, attraverso la fotografia, interpreta e sublima questa relazione tra Roma e il Tevere. Nei suoi scatti fotografici i muraglioni di travertino e i ponti configurano il limite di ambiti circoscritti, definendo interni di memoria piranesiana, possenti e misteriosi, in cui anche il tempo sembra ampliato. Si tratta di un progetto ancora in itinere, di cui viene qui illustrata solo una anteprima, ma che possiede già una determinazione tale da poter regalare uno sguardo differente sulla città, uno sguardo che, guadagnata la quota del fiume e volgendosi dal basso verso l’alto, racconta questa dimensione parallela in cui i rumori dell’altra città si allontanano; pur rimanendo in uno spazio esterno, si percepisce la complessità di uno spazio interno dilatato e opprimente allo stesso tempo. Le immagini, eseguite tutte in banco ottico con pellicola piana in bianco e nero, individuano scorci che sono fortemente poetici e interrogativi anche quando inquadrano le parti più degradate, suggerendo, per certi versi, un interesse dell’autore per questi luoghi che egli torna più volte a visitare sempre con ulteriore e ossessiva curiosità ed emozione, quasi ne cercasse la effettiva sostanza. Con il rigore formale della fotografia di architettura, Benedetti raccoglie e seleziona una serie di scatti capaci di reinventare questo luogo restituendo una sua lettura personale di questa parte di città sdoppiata in un “sopra” animato di persone e mezzi di trasporto e un “sotto” marginale e a tratti usurato. Matteo Benedetti è architetto e dottore di ricerca in Composizione Architettonica, formato tra l’Università Sapienza di Roma, il KTH di Stoccolma e lo IUAV di Venezia. Parallelamente alla professione, si occupa di fotografia, intesa come linguaggio artistico autonomo e come studio sulla rappresentazione dei fatti urbani e architettonici. I suoi lavori sono eseguiti principalmente in banco ottico e pellicola in grande formato. Prima di iniziare questa ricerca, Benedetti ha pubblicato il libro fotografico/narrativo Altavisione con lo scrittore Alessio Dimartino (LetteraVentidue, 2018), un interessante intreccio di fotografie e testi legati uno all’altro, che pur mantengono la propria indipendenza. In questo precedente progetto artistico le fotografie di Benedetti raccontano già una Roma inconsueta e, per certi versi, segreta e privata. Il punto di vista da cui, inquadrando, osserva e indaga per frammenti la città attraverso l’obiettivo, è posto ad una quota più alta rispetto a quella della strada, nota ai turisti e a chi percorre quotidianamente le vie urbane, per cogliere, dalle terrazze e finestre che si aprono tra i tetti della capitale, una città inaccessibile e inedita. Si tratta, perciò, di visuali che escludono le inquadrature da cartolina, lasciando fuori le cupole più note per rivolgersi, piuttosto, dal lato opposto. Anche qui si ritrova una duplicità tra interno ed esterno, stavolta data dall’intrecciarsi di esterni metafisici, dove le persone sono assenti, e interni immaginati, in cui le storie pensate da Dimartino prendono vita. Con ulteriore cambio di prospettiva Altavisione anticipa Flumen, in una ricerca di diversificazioni prospettiche che reinventano la misura esistenziale della città spaziando dalla quota superiore delle terrazze a quella inferiore del fiume.

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