Ricerche ed esplorazioni progettuali

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Espandere l’arte. Un progetto (urbano) per il futuro di Melfi
Ettore Vadini

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Terra di feudi e non di grandi città, per nulla influenzata dal mare, la Basilicata ha espresso una tipica “civiltà della montagna” la cui storia è dominata dalla dialettica montagna-pianura, ben visibile già nell’età antica. Per tale ragione la terra lucana, nel corso dei secoli, si è mostrata essere un’associazione di territori, ordinati in compartimenti, ciascuno dei quali con veste geografica propria, alcuni totalmente, altri solo in parte, riuniti dalle variegate vicende storico-amministrative che le hanno interessate.
Di questi compartimenti quella del Vulture, con capoluogo Melfi, è parte integrante dell’antica struttura unitaria della regione sannitico-irpina, ancora oggi di difficile definizione territoriale. Si tratta del territorio nord-occidentale della provincia potentina, di un’area culturalmente omogenea rispetto al resto della Lucania, definita da Giustino Fortunato “regione del Vulture” in quanto meglio sintetizza tutte le problematiche dell’area a sud dell’Ofanto. Essa s’inserisce nel vasto ambito spaziale della regione geografica centro meridionale, dall’inserzione del Sannio, dell’Irpinia, della Daunia, della Puglia, della Peucezia e della Lucania, limitata ad oriente dalla fossa bradanica, a nord e ad occidente dall’Ofanto.
“Poche terre dell’Italia meridionale - scrive Giuseppe De Lorenzo - hanno struttura geologica, configurazione geografica e storica così complessa ed interessante, come quella offerta dalla plaga, che si estende tra il medio corso dell’Ofanto e la cresta dell’Appennino”. Il Vulture, che rimane l’unico vulcano sul versante adriatico dell’Appennino centro-meridionale, è un sistema di rilievi che coronano oggi due laghi ovvero le sue bocche eruttive. Continue metamorfosi dell’ambiente circostante si sono avute in seguito alla violenza stessa del vulcano, le cui ultime mutazioni hanno lasciato spazio alla formazione di laghi naturali e a sorgenti di acqua effervescente.
Per definirne i tratti caratteristici è altresì necessario precisarne i quadri ambientali. Nel territorio nord-orientale, quello del melfese, si può individuare un’area culturalmente omogenea rispetto al resto della Lucania. Durante il lungo periodo di oltre tredici secoli, dalla calata delle popolazioni dal nord Europa all’arrivo di Carlo di Borbone, frequenti calamità naturali - terremoti, carestie e pestilenze - e il continuo stato di guerra, con saccheggi, incendi e devastazioni hanno prodotto trasformazioni nella conduzione delle terre, nel sistema degli insediamenti antropici e nel reticolo degli itinerari. Tra il tardo antico e i primi secoli dell’alto medioevo tutta la Basilicata presenta vaste aree di rarefazione abitativa, dominate in gran parte dall’incolto e dal bosco. Qui i centri punteggiano le arterie di origine romana come, per l’area del Vulture, l’Appia e la via Heraculia, con particolari riflessi positivi su Melfi e Venosa, ma è evidente, dai loro centri storici, la chiara impostazione medievale: non uno che si trovi in pianura o sguarnito degli antichi sistemi difensivi.
Melfi, forse è il caso di ricordarlo, possiede un patrimonio culturale di rilevante valore ed ha oggettive potenzialità inespresse racchiuse proprio nel suo straordinario centro storico. Una città abitata con continuità da almeno mille anni (nel 2018 Melfi ha festeggiato il millenario della fortificazione della città1), collocata geograficamente, ma anche dalla Storia, al centro tra Europa, Mediterraneo e Oriente. Un luogo di confine, che dall’XI secolo divide e fa incontrare barbari e romani, cattolici e ortodossi, ebrei e musulmani, lingua greca e latina. A Melfi le Costituzioni federiciane hanno affermato l’identità centrale dello Stato moderno in contrapposizione alle realtà civiche dei Comuni e hanno declinato in modo compiuto il concetto giuridico di sovranità. Ed è sintomatico oggi ricordare come Federico II di Svevia, noto come stupor mundi, già nel 1231, promulgando nel Castello di Melfi le Costituzioni Melfitane (le Liber Augustalis) - che erano ispirate a una politica di accentramento del potere e di potenziamento dell’apparato burocratico e amministrativo dello stato, avvalendosi di eminenti giuristi del tempo, quali Pier delle Vigne - promuovesse la cultura come bene pubblico2.
La storia di Melfi, peraltro, non è solo espressione di eventi del Medioevo. È anche, soprattutto negli ultimi quattro secoli, una vicenda collettiva moderna: dai presidi sanitari ai luoghi di educazione affidati alle confraternite, dagli ordini religiosi ai monasteri e conventi con funzione creditizia, dai continui rimescolamenti etnici che hanno coinvolto ebrei, albanesi e altre comunità, dal ribellismo informe del brigantaggio ai tentativi di riscatto sociale e lotte contadine, dalla borghesia mercantile di origine bergamasca del Cinquecento alla classe politica e intellettuale del Novecento, come Francesco Saverio Nitti che qui è nato. Tutte “narrazioni” che hanno lasciato segni incisivi nei luoghi, ancora visibili ad un occhio appena attento e critico. E poi c’è il patrimonio agrario e ambientale del Vulture melfese, dove troviamo la prima storia dell’imbottigliamento delle acque minerali, oltre i prodotti termali, lasciata dagli imprenditori Lanari e dai coloni marchigiani, l’Aglianico, lo straordinario paesaggio dei laghi di Monticchio sui crateri spenti.
Nella sua storia, nella sua identità poco conosciuta, Melfi oggi vuole così provare a trovare la chiave di una rigenerazione sostenibile e concreta, ovvero gli stimoli per uno sviluppo progressivo che parta dai luoghi storici dell’abitare, dunque migliorarne la qualità, e che intercetti nuove domande per generare nuova occupazione. Proprio inseguendo questa nuova e ponderata prospettiva, nel 2014 il Comune di Melfi e il DiCEM (UNIBAS) hanno sottoscritto una Convenzione Quadro finalizzata alla condivisione di un programma di studio e ricerca su questa città normanno-sveva; in particolare, le due Istituzioni, si sono impegnate a sviluppare assieme un interessante e possibile progetto di rigenerazione partendo dai temi della tutela e della valorizzazione di un notevole patrimonio materiale ed immateriale presente su questo territorio, oggi in buona parte finito nell’oblio. Trattasi di una convenzione che ha posto sullo sfondo tutta la Basilicata, vedendo in Matera 2019 una reale e concreta opportunità di sviluppo con la propria cultura3.

“Non è superfluo sottolineare l’importanza che attribuiamo a questa esperienza, il suo valore culturale e le possibili ricadute reciproche. Dall’inizio del mandato amministrativo, cioè da giugno 2011, l’attuale guida politica della città di Melfi ha ritenuto di dover attribuire un ruolo centrale alla cultura, nel senso più ampio del termine, quale driver principale che ispirasse trasversalmente le strategie amministrative di governo della città di Melfi; visione perfettamente in linea con la straordinaria opportunità offerta alla Basilicata e al Sud-Italia dal progetto Matera Capitale Europea della Cultura 2019, con l’obiettivo e l’auspicio di riuscire a far scattare la scintilla dello sviluppo.”
È da queste prime importanti parole del Sindaco, quindi, estratte da una sua ben più ampia relazione d’apertura al Workshop Internazionale di Progettazione espandere l’arte, che in qualche modo qui si può partire per raccontare come Melfi, col supporto dell’Università degli Studi della Basilicata, abbia dato slancio, con coraggio e lungimiranza, ad un innovativo e sostenibile scenario per il suo futuro. Il suddetto Workshop, chiuso nel 2015 con proposte progettuali condivise a varie scale, una mostra di progetti con un jury, un dibattito pubblico e una Lectio Magistralis di Guillermo Vázquez Consuegra, ha rappresentato la prima attività della Convenzione, ovvero uno straordinario evento partecipato che ha visto coinvolti Istituzioni, cittadini, professionisti, oltre che studenti e docenti di 8 Scuole di Architettura provenienti da prestigiose Università come Gainesville (Florida), Ljubljana (Slovenia), Genova, Venezia, Ancona, Ascoli Piceno, Pescara e Matera. Un libro, “Melfi, espandere l’arte/expanding art” (Libria), oggi racconta questo coraggioso progetto di rigenerazione del centro storico di Melfi che parte da una strategia alla scala urbana e che a sua volta contempla una serie di edifici pubblici dismessi (un ex carcere, una ex chiesa, un ex teatro e una ex scuola) oggetto di studio. Sono un complesso di luoghi abbandonati, disposti lungo una fondamentale “dorsale” del centro storico, ripensati come un sistema per dare spazio all’arte in rapporto al contesto, alla rete degli spazi pubblici e ai contenitori culturali già esistenti, tra cui lo straordinario Museo Archeologico Nazionale nel Castello normanno-svevo.
Parliamo di rigenerazione del centro storico e di edifici pubblici dismessi/abbandonati al suo interno, è bene perciò fare chiarezza sulle cause. Forse non tutti sanno, infatti, che a Melfi (circa 18000 abitanti), in poco più di 25 anni, è avvenuta una notevole trasformazione alla struttura formale, funzionale e sociale della città, principalmente per le dinamiche legate alla nascita di un grande polo industriale, all’andamento demografico e all’attuazione di vari Piani. In primis certamente va ricordata l’impennata economica e occupazionale che si registra qui nei primi anni Novanta con l’insediamento della grande industria automobilistica (la FIAT-SATA e le Aziende dell’indotto) nella zona di San Nicola, fatto che però innescherà anche un allargamento della forbice tra fasce sociali, maggiori disuguaglianze sul piano economico, dunque un repentino cambiamento dei consumi e dei modi di abitare all’interno della città storica. Altro fenomeno trasformativo del contesto di riferimento, anche se di misura minore rispetto alle grandi città, è l’immigrazione che, per ragioni di costi ma anche per le difficoltà d’integrazione dovute alla mancanza di specifici servizi e politiche, è stata costretta a trovare casa in zone divenute poco appetibili per il mercato immobiliare, perché in abbandono, come il centro storico di Melfi. I cittadini stranieri, pari oggi al 5% della popolazione residente, hanno teso così a concentrarsi prevalentemente all’interno delle case disabitate del contesto storico, cioè dove è avvenuto, in poco tempo, un repentino processo di abbandono delle residenze da parte dei melfitani per spostarsi verso i nuovi quartieri di Valleverde e Bicocca-167 sorti con i Piani di sviluppo della città di fine secolo scorso.
Ultimo fenomeno, appunto, riguarda l’attuazione dei programmi di governo del territorio susseguitisi al primo Piano Regolatore di Melfi che è del 1959 a firma dell’ingegner Beguinot. Trattasi di una serie di Varianti e di Piani attuativi, non sempre adottati: come la Variante al PRG del 1971/’73 a firma dell’ingegner Musacchio; la Variante al PRG del 1985 dell’ingegner Fuzio (che è quella in vigore dal 1992); il Piano di Recupero del centro storico del 1987 del professor architetto Restucci (in vigore dal 1990); il Piano Particolareggiato del centro storico del 1989 sempre del professor architetto Restucci (solo approvato nel 1995); il Piano dell’Agglomerato Industriale del Consorzio per lo Sviluppo Industriale di Potenza del 1991 dell’ingegner Roccatelli; la Variante del PRG del 1993 del professor architetto Benevolo (mai approvata e mai adottata); il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare del 1995 del professor architetto Benevolo (adottato nel 1996). Gli effetti di questi Piani hanno portato anche qui uno sprawl, fenomeno che come sappiamo è caratterizzato da una marcata crescita del suolo urbanizzato, consumando quello agricolo, e allo svuotamento del suo centro storico. L’area industriale di San Nicola e l’area di espansione Bicocca-167 hanno difatti -in un quarto di secolo- disteso la forma urbana di Melfi, prima sostanzialmente compatta intorno al nucleo medievale, sulla vasta campagna intorno. Così, la notevole offerta di nuove abitazioni e la nascita di centri commerciali nelle aree di espansione hanno determinato una repentina dinamica di svuotamento e degrado del centro storico avendo questo perso, nel periodo in questione, oltre 3000 residenti e parallelamente perso anche il sistema commerciale-artigianale che era composto di tante piccole imprese.
Tutto accade a cavallo del nuovo millennio dove, in termini di superficie, ai 24 Kmq dell’insediamento industriale di San Nicola si andranno ad aggiungere 9 Kmq delle aree di espansione Bicocca-167; una crescita delle aree urbanizzate di circa il 40% rispetto al dato di partenza dei primi anni Novanta, che avviene totalmente su suoli agricoli, cui è corrisposto, nello stesso periodo, un incremento demografico nemmeno pari ad un quarto rispetto alla suddetta percentuale.  Emerge che la città non è riuscita ad attrarre i numerosi pendolari del polo industriale dato che questi, ancora oggi e nonostante le politiche locali d’incentivazione attraverso contributi economici, preferiscono mantenere la residenza presso comuni anche molto lontani da Melfi. In effetti, la nuova offerta residenziale ha incontrato una domanda quasi esclusivamente locale, quella che ha abbandonato il centro storico. C’è dunque un’evidente questione di qualità urbana irrisolta, che non ha raggiunto livelli sufficienti tali da far scattare in molti la decisione di trasferirsi nella città più prossima al luogo di lavoro. A Melfi risiedono meno del 10% dei lavoratori occupati nel polo di San Nicola.
Le attese degli inizi anni Novanta della comunità locale legate all’imponente insediamento industriale condotto dalla FIAT (oggi FCA), insieme a quelle più recenti dovute al suo rilancio del 2012, devono oggi fare i conti con un assestamento demografico e occupazionale4, ma soprattutto con un quadro di relativo sviluppo visto che la città non ha incontrato un paragonabile, e diciamo risarcitorio, beneficio sul piano sociale, economico e culturale.

La prospettiva dell’occupazione nell’industria a Melfi degli ultimi 25 anni ha probabilmente ridimensionato l’attenzione e l’interesse di molti ad investire in attività invece legate alle risorse culturali presenti sul territorio e non ancora sfruttate adeguatamente. Ma oramai è un fatto acquisito che le potenzialità di tali centri minori, specie del Mezzogiorno, vadano ricercate nell’economia del turismo culturale e che piccole città-patrimonio come Melfi diventino i naturali centri di produzione. Ed è evidente che perseguendo specifici progetti urbani per i centri minori, a condizione di innovarne profondamente contenuti e metodo di elaborazione rispetto al passato, questi possano assumere centralità nel sollecitare una rigenerazione, proprio puntando alla produzione culturale, perché cresce costantemente la domanda di prodotti culturali nelle diverse forme e ad alto contenuto di significati simbolici, come dimostrano i rapporti di “Italia Creativa”.
Melfi possiede un patrimonio culturale di rilevante valore ed ha oggettive potenzialità inespresse a partire dal suo straordinario centro storico. Ci si riferisce in particolare alla sua straordinaria storia medievale politica, religiosa e urbana di Melfi, alle tradizioni popolari tra cui la Pentecoste che si ripete da quasi 500 anni in ricordo del massacro di circa 3000 melfitani avvenuto nel 1528 per la lunga contesa tra Spagna e Francia noto nella storia come “il sacco di Melfi”; alla posizione geografica molto favorevole, sfruttata dai Normanni intorno all’anno 1000 e dalla Fiat alla fine degli anni ’80; alla presenza di rilevanti risorse sul Vulture (acqua minerale, colture agricole di pregio). Nella sua ricca storia, antica e moderna, la città può dunque trovare la chiave di una rigenerazione, ovvero gli stimoli di uno sviluppo progressivo che intercetti nuove domande per generare nuova occupazione e dunque migliorare la sua qualità urbana.
Sempre in questa direzione si è impostata una seconda collaborazione “paradigmatica” all’interno della Convenzione, strettamente legata alla prima che fu il Workshop: riguarda la realizzazione di un cosiddetto “Programma di Valorizzazione” per l’acquisizione gratuita di immobili dismessi di proprietà del Demanio da parte di Enti interessati a riusarli. Trattasi di un documento programmatico contenente parametri qualitativi e quantitativi per il riuso principalmente museale dell’ex Convento di San Bartolomeo (più conosciuto come ex carcere), uno straordinario edificio seicentesco con tipologia a corte nel centro storico di Melfi oggi abbandonato. Il programma di valorizzazione elaborato per l’ex Convento prevede un innovativo contenitore museale, denominato provvisoriamente MIA (Melfi. Museo della Modernità Interattiva, Immateriale, Industriale, Artigianale, Agricola e Artistica), per valorizzare il notevole patrimonio locale di epoca moderna. L’ex carcere sta andando nella direzione di diventare5 un importante tassello museale, quello riguardante l’identità culturale del Novecento, dentro una potenziale rete, ricca e prestigiosa, di spazi culturali cui Melfi oggi vuole fortemente dotarsi.

In un’epoca segnata da inediti mutamenti sociali ed economici, i centri minori d’Italia come Melfi iniziano a guardare sintomaticamente al proprio straordinario patrimonio culturale per orientarsi verso una possibile uscita dalla crisi. Questa ineluttabile prospettiva, in realtà, è oggi condizione necessaria per molti centri minori che pensano di avviare una ripresa on-site attraverso però processi innovativi e sostenibili che mettono al centro un rinnovato progetto urbano. E quindi l’Università, per sua natura ma oggi anche per la cosiddetta “Terza Missione”, si colloca inevitabilmente dentro tali processi, identificandoli, alimentandoli, traendovi spunti attraverso la ricerca e la didattica. Ma è necessario fare subito un inciso in favore di talune buone pratiche: per ottenere un maggior “rendimento” della vasta produzione universitaria riguardante centri minori e territorio, occorrerebbe perseguire di più e costantemente un’integrazione e uno scambio tra livelli istituzionali interessati al valore del progetto urbano. In altri termini, specie al sud, servirebbe porre un’attenzione particolare sulle nuove forme di rapporto/collaborazione tra Università e i territori su cui fanno ricerca, che dovrebbe riguardare congiuntamente aspetti socio-economici, ma soprattutto culturali considerato l’ingente patrimonio, ancora da valorizzare, presente nelle realtà interne e minori del Bel Paese. Le Università, è bene ricordarlo, sono Istituzioni depositarie della conoscenza ed hanno come principale missione quella di diffonderla, di trasferirla; in sostanza sono garanzia di crescita e di progresso per il territorio in cui sono insediate.

 

Note


1 Fu Basilio Boioannes, Catapano bizantino, dopo la battaglia di Canne (1018) a decidere di fortificare alcuni borghi dell’alta Puglia e della Lucania tra cui anche Melfi. È l'inizio della fortuna di Melfi, un borgo senz’altro preesistente all’arrivo dei bizantini, ma che nel giro di pochi decenni si troverà ad essere eletta capitale del nuovo Ducato normanno. I bizantini realizzano una prima cinta muraria che racchiudeva un piccolo borgo al quale si accedeva da porta Calcinaia, mura che saranno poi rinforzate e allungate, come si vedono oggi, fino a diventare una delle diciassette cinta murarie medievali esistenti al mondo.
2 cordiamo che Federico II di Svevia nel 1224 aveva istituito l’Università di Napoli, primo ateneo statale del mondo occidentale, e modernizzato a Salerno un’antica scuola di medicina risalente al X secolo.
3 È l’intera regione Basilicata infatti ad essere coinvolta nell’evento Matera Capitale Europea della Cultura 2019, non a caso si è dato vita alla Fondazione Matera-Basilicata 2019.
4 La crescita demografica successiva allo sviluppo industriale è riassumibile nel modesto incremento dei residenti di 1381 unità in 13 anni, tra il censimento del 1991, 15757 abitanti e il 2004, 17138 residenti. Dal 2004 al 2014 il saldo netto demografico (+589) cresce ogni anno, in media, di circa 60 unità di cui 50 stranieri e 10 melfitani.
5 Nel maggio 2016, presso la sede del Segretariato regionale del Ministero dei Beni Culturali, il Tavolo Tecnico Operativo composto da Agenzia del Demanio, Soprintendenza del MiBACT e Comune, come previsto dal Federalismo Demaniale, ha disposto formalmente il passaggio gratuito dell’ex carcere al Comune di Melfi dietro la realizzazione del MIA. Il Comune, d’altra parte, aveva già deliberato sull’attuazione Programma inserendo il MIA nel Programma Triennale delle Opere Pubbliche.