Dossier: Il progetto urbano per i centri minori. Opinioni a confronto

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Umberto Di Primio
Sindaco di Chieti
Intervista a cura di Ester Zazzero PDF




Q1. Della utilità del progetto urbano

Le esperienze di questi ultimi anni ci dicono che lo strumento del progetto urbano è sempre meno praticato dalle nostre amministrazioni comunali, soppiantato dal ricorso a singoli interventi, immediatamente cantierabili, non importa se frammentari e slegati da una visione d’insieme della città e del suo futuro. Questo accade soprattutto nelle realtà urbane più complesse, ma in qualche misura si riscontra anche nei centri minori dove tutto dovrebbe essere più facile.
Si tende a sacrificare il valore aggiunto portato dal progetto urbano (comunque inteso, come strategia d’intervento che traguarda le singole azioni anche disgiunte in una prospettiva coerente e condivisa per un’idea di città al futuro) a favore di un empirismo fattuale che induce a preferire la concretezza del presente (le risorse attivabili, gli interessi da soddisfare, i risultati immediatamente tangibili a ristoro degli investimenti fatti) senza interrogarsi sulla effettiva utilità e significatività urbana dei progetti in campo.
In queste condizioni, i progetti urbani sono ancora attuali? Esistono ragioni robuste per sostenerne la utilità, contro le crescenti derive del “presentismo” che producono vari episodi puntuali spesso contraddittori nell’insieme? Oppure dobbiamo rassegnarci alla loro rinuncia?

Il Progetto urbano è attuale, e lo dimostra concretamente il Comune di Chieti, che sta attuando concretamente un Progetto Urbano esito del Workshop Internazionale “Chieti Lab” Progetto Urbano Sostenibile del 2014, organizzato quattro anni fa dall’Amministrazione Comunale di Chieti con il Dipartimento di Architettura dell’Università “G. d’Annunzio. La sfida del progetto urbano è alquanto ambiziosa, perché intende combinare gli obiettivi di competitività e d’inclusione sociale con il raggiungimento di una migliore qualità dell’ambiente naturale e insediativo locale. Questa impostazione va considerata come la chiave determinante non soltanto per offrire qualità di vita alla popolazione, ma anche un fattore decisivo per attrarre attività economiche e imprenditoriali anche nei centri minori come Chieti, che scontano condizioni di perifericità nei confronti dei centri urbani della costa adriatica.

Prima di procedere alla revisione del PRG ormai datato, l’amministrazione comunale ha preferito mettere a punto alcuni progetti strategici compatibili con una visione di Chieti a medio termine predisposta per l’occasione e condivisa con la città. In particolare la visione ha enunciato la prospettiva di uno sviluppo sostenibile di Chieti come interdipendenza tra quattro profili identitari localizzati: la città alta a valenza storico-culturale; la città della piana, a valenza industriale e residenziale; la città dei vestini, deputata ai servizi di livello metropolitano e regionale; e infine l’agrocittà, come spazio di produzione agroalimentare e di promozione di una economia del gusto che è profondamente connaturata con la storia di Chieti.

In questo senso il futuro PRG è anticipato dalla esplorazione e messa a punto di alcuni progetti urbani di carattere strategico, ciascuno modulato flessibilmente per poter intercettare le occasioni di finanziamento pubblico di provenienza statale e regionale, ma anche portate dai privati. I progetti diventano così l’occasione per attirare l’investimento pubblico e privato, e fanno da traino al rilancio dell’economia di Chieti.
Ad esempio, la città della piana viene controllata attraverso uno schema direttore che detta le coerenze nel tempo delle trasformazioni possibili. Lo schema si articola nei seguenti progetti prioritari:
a. Il rilancio dell’area industriale, che sta soffrendo una preoccupante involuzione e che può essere ripensata come spazio produttivo green, selezionando strategicamente le imprese destinate a restare, assistite da incentivi pubblici al fine di accrescerne la competitività. Lo schema individua anche le possibili delocalizzazioni delle industrie più obsolete, anche al fine di reinvestire localmente la rendita differenziale maturata con il cambio di destinazione d’uso.
b. La rigenerazione della periferia residenziale, tramite il declassamento della via Tiburtina e la sua trasformazione in corso urbano, con un incremento controllato delle volumetrie, la riqualificazione dello spazio pubblico, e l’insediamento di nuove funzioni più attrattive con la prospettiva di creare un ambiente ad elevata qualità urbana a disposizione della cittadinanza.
c. La creazione di un’area di nuova centralità urbana intorno alla stazione ferroviaria, adeguata anch’essa per migliorarne l’accessibilità. L’obiettivo è di dare vita al centro del quartiere come luogo identitario deputato alle funzioni di animazione urbana e di coesione sociale.

Dunque ben lungi dall’abbandonare il metodo del progetto urbano, l’amministrazione dei Chieti si è impegnata a sperimentarlo con il concorso delle migliori energie progettuali provenienti dall’università locale ma anche da altre università europee e internazionali. Spetta naturalmente al Comune selezionare le proposte più convincenti e fattibili, per poterle approfondire in modo coerente con le opportunità di finanziamento esistenti e con le attese di partecipazione della popolazione e degli attori per lo sviluppo. E’ quanto stiamo facendo da quando si è concluso il workshop internazionale che ci ha consegnato le proposte progettuali.
 

Q2. Della fattibilità

Non c’è dubbio che la crisi del progetto urbano sia imputabile ai suoi limiti nella concezione e messa in forma delle previsioni d’intervento, oltre che naturalmente alle condizioni più complessive che ne possono pregiudicare la fattibilità economico-finanziaria, amministrativa e sociale.
Così ad esempio la crisi prolungata del mercato immobiliare frena investimenti pubblici e privati troppo complessi e a elevato rischio per i ritorni dei capitali impiegati. I progetti inoltre richiedono una varietà di strumenti giuridico-amministrativi, anche di natura pattizia, per far fronte alla notevole diversità delle situazioni in gioco, e comunque costringono a prendere notevoli responsabilità con decisioni partecipate. Infine le conflittualità che insorgono in un progetto di maggiore complessità inducono a difficili strategie di costruzione del consenso e di compensazione degli interessi in gioco, che la politica spesso preferisce evitare.
Quali sono a suo avviso le ragioni che più ostacolano oggi il successo dei progetti urbani? E’ possibile fare qualcosa per rimuovere questi impedimenti?

Per la verità, ormai abbiamo a disposizione una varietà di strumenti e risorse che potrebbero essere impiegati per realizzare progetti nelle aree che presentano maggiori criticità sociali ed economiche, come le periferie o le aree industriali in dismissione. Assieme infatti agli strumenti derivanti dalla programmazione comunitaria – fra cui gli Investimenti Territoriali Integrati (ITI) e lo Sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) – esistono iniziative nazionali specifiche, come ad esempio in Italia il “Programma Operativo Nazionale Città Metropolitane 2014-2020” o il “Bando per la presentazione di progetti per la predisposizione del Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia”, lanciato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016.
Questi strumenti, se presi in modo isolato, non sono sufficienti a produrre effetti significativi di rigenerazione urbana. E’ indispensabile inquadrarli in un ripensamento generale delle politiche nazionali, al fine di indirizzare organicamente le iniziative locali dotandole di risorse adeguate, ed evitando l’episodicità a favore di programmi organici pluriennali; a tal fine vanno previsti nuovi strumenti legislativi e canali di finanziamento ordinari costanti, che superino il limite di iniziative e progetti episodici, spesso espressione di una malintesa logica dell’urgenza e dell’emergenza.

In questa prospettiva appare utile anche coordinare e mettere opportunamente a sistema le sempre più numerose esperienze bottom-up provenienti dai Comuni, con l’obiettivo di integrare le strategie dei diversi attori pubblici e privati chiamati a convergere su un territorio da riqualificare.

Diventa in ogni caso indispensabile dotarsi preventivamente di un’adeguata visione di città al livello locale, per assicurare la coerenza tra i molteplici interventi possibili. Dunque prima ancora che un nuovo PRG dal processo di elaborazione inevitabilmente lungo e oneroso, appare preferibile chiedere ai Comuni di predisporre visioni guida agili ed essenziali, orientando di conseguenza una molteplicità di interventi anche disgiunti e di modeste dimensioni, purché compatibili con la visione assunta dal Comune.

Q3. Idee per il futuro

EWT ritiene che il rilancio del progetto urbano sia possibile solo a condizione di innovarne profondamente la concezione, i contenuti, e la stessa metodologia di elaborazione. Nelle attuali condizioni di incertezza e di imprevedibilità delle dinamiche urbane, c’è bisogno di progetti processuali, flessibili ed evolutivi, piuttosto che di un disegno rigido e vincolante a medio-lungo termine attraverso cui fissare in modo normativo le forme, gli assetti e le stesse intese pubblico-privato che sostanziano il progetto. La stessa forma del progetto è destinata a cambiare, come convergenza progressiva di una moltitudine di azioni preferibilmente place-based e people-driven, spesso multiscalari ed eterogenee tra loro, ma comunque accomunate dalla coerenza rispetto a una visione di futuro sufficientemente condivisa. Come rendere compatibili gli obiettivi assunti inizialmente (qualità, prestazioni funzionali, equa remuneratività degli investimenti) con i necessari aggiustamenti in corso d’opera diventa il tema centrale del progetto, un tema particolarmente ostico a cui comunque non è possibile sfuggire.
Muovendo dalle esperienze positive fatte per i centri minori, quali sono a suo avviso le innovazioni da apportare al progetto urbano in Italia per migliorarne la efficacia, la fattibilità, e la qualità dei risultati?
L’esperienza positiva di ChietiLab può essere considerata un utile riferimento all’innovazione del progetto urbano. Intanto la predisposizione di un’immagine al futuro del territorio comunale consente di sottrarre al mercato il compito di individuare gli interventi più remunerativi, rimesso in capo all’amministrazione pubblica che si preoccuperà piuttosto di promuovere i progetti a valenza strategica per lo sviluppo della città. In questo senso si delinea una innovazione sostanziale, perché il progetto urbano non si cura soltanto della trasformazione morfologica e funzionale dell’esistente. Diventa l’occasione per promuovere un vero e proprio progetto di sviluppo locale, di cui è possibile valutare i rapporti tra costi e benefici, in termini di contributo all’occupazione e all’impulso per una nuova economia oltre che agli effetti sulla coesione sociale.

Questa duplice valenza del progetto urbano non è stata messa a fuoco nei lavori del workshop internazionale, orientato piuttosto a integrare una varietà di interventi su base locale. Ma è su questa nuova prospettiva che intendiamo lavorare per il prossimo futuro, contando anche sul partenariato con la Regione e le altre amministrazioni dello Stato.

Non bisogna credere tuttavia che il progetto urbano riguardi soltanto la convergenza locale di molteplici strategie, magari governate attraverso efficaci strumenti di partenariato tra le amministrazioni ai diversi livelli e accompagnate dall’accordo con gli investitori privati. Alla fine resta comunque il bisogno di qualità, tanto più importante in quanto ormai la competizione tende a mettere in gioco le offerte di qualità espresse dai diversi territori. Voglio dire che il progetto urbano non riguarda soltanto gli urbanisti, o gli ingegneri, gli economisti, i sociologi, gli ambientalisti, i comunicatori, gli scienziati delle politiche e delle amministrazioni. Richiede necessariamente il protagonismo degli architetti, nel caso di Chieti chiamati ad agire responsabilmente per riscattare la modesta qualità della scena insediativa a Chieti scalo, il cuore della periferia urbana.

Ma come far dialogare e collaborare attivamente figure così eterogenee, spesso corporative e gelose delle proprie competenze, non è affatto facile. Anzi, per dirla tutta, ancora non sappiamo bene come fare. Di certo c’è bisogno di innovare profondamente le pratiche settoriali vigenti, e l’amministrazione comunale dovrà diventare lo snodo politico, amministrativo e tecnico per catalizzare l’apporto dei diversi specialisti, mantenendo comunque un profondo rispetto per i saperi di cui sono portatori.
Sotto questo profilo la collaborazione con le università diventa un requisito necessario per costruire tentativamente nuove occasioni di finalizzazione delle conoscenze, ma senza dimenticare che i veri protagonisti di ogni progetto per la città sono e dovranno restare obbligatoriamente i cittadini stessi, chiamati a partecipare attivamente alla ideazione e alla messa in opera degli interventi sulla città.