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“Paulo Mendes da Rocha”. Una mostra alla Triennale di Milano
Domenico Potenza
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Paulo Mendes da Rocha è nato nel 1928. Ha alle spalle sessant’anni di carriera ed è tutt’ora quanto mai attivo nel suo studio situato nel centro della grande metropoli brasiliana, Sao Paulo. L’opera di Mendes da Rocha attraversa un lasso di tempo non privo di risvolti drammatici, come il ventennio di dittatura militare che ha pesantemente condizionato la sua carriera. Eppure la sua produzione è fortemente unitaria, accomunata, piuttosto che da un determinato partito formale, dalla preoccupazione per alcuni temi. L’orizzonte dell’architettura di Mendes da Rocha è costruito da un paese che ai tempi della sua formazione era, e per certi versi è ancora, non-finito: fatto di enormi distese talvolta non ancora raggiunte dalla presenza umana, talvolta già rapinate e abbandonate; in entrambi i casi, un paese ancora in attesa di essere adeguatamente plasmato. Visti in quest’ottica, molti dei tratti precipui dell’architettura di Mendes da Rocha si rivelano correlati, l’ambizione a prendere parte con le proprie opere a quella che egli chiama la “città per tutti”. La convinzione che fare architettura non sia realizzare singoli edifici ma pensare ad un ridisegno del territorio ed effettuare una complessiva “costruzione” della natura. Dietro a ogni suo progetto sta una miscela, a dosi di volta in volta diverse, di queste componenti. Come l’architetto è solito ribadire, la sua architettura è quindi una forma di “discorso”, in cui da un lato sta l’ingegnosa soluzione di un problema specifico, dall’altro lo sforzo di approfittare di ogni circostanza per riflettere su temi di portata generale. Ogni progetto si trasforma così in un’azione esemplare. La forza dell’opera di Mendes da Rocha consiste, anzi, proprio nella lucidità delle sue prese di posizione, compiute in termini sempre nitidi e rigorosi, senza gesti eclatanti.
La mostra Paulo Mendes da Rocha – Tecnica e Immaginazione si propone di rendere conto dell’intreccio di temi che anima i suoi progetti collocandoli nel loro sviluppo storico e articolandoli intorno ad alcuni poli tematici. Per fare questo si avvale di una molteplicità di materiali, tra cui spiccano i disegni originali dell’architetto, conservati nel suo studio di Sao Paulo  e messi a
disposizione con la cortesia e la generosità che gli sono connaturate.[1]

La mostra apre con un piccolo disegno straordinario per la sistemazione di un’area portuale nel quale geografia ed architettura sono l’espressione principale del racconto della trasformazione del luogo, una sezione di territorio incisa con la punta della matita che dispone al centro dello spazio la capacità del progetto di architettura di farsi interprete e modificazione del luogo.
Questo piccolo disegno, non più grande di un foglio A4, riesce da solo ad essere sintesi di tutta la carica espressiva dell’architettura di Mendes da Rocha, all’interno della quale si palesa quella “convinzione che fare architettura non sia realizzare singoli edifici ma pensare a un ridisegno del territorio ed effettuare una complessiva costruzione della natura”. Quella capacità impressionante per la loro forza di modificare e costruire nuovi paesaggi come scrive Luigi Snozzi con un’impronta tipicamente brasiliana, modellati su strutture di calcestruzzo estremamente audaci, nelle quali ogni volta si ripropongono il ridisegno del suolo aperto verso la città e la natura e lo spazio costruito e abitato dell’architettura.
Una lezione che l’architetto aveva sedimentato dall’insegnamento del suo maestro Joao Batista Vilanova Artigas, con il quale ha collaborato per molti anni sia nello studio che all’interno della Università, proprio a partire dalla sua opera più celebrata dell’edifico della FAU (Facoltà di Architettura e Urbanistica di Sao Paulo 1961-1969) “concepita come un aggregato di funzioni e come una sorta di città metaforica, disegnata dai percorsi, senza che barriere di sorta impediscano la transizione dalla piazza coperta all’esterno, la sede della facoltà di Architettura di Sao Paulo declina molti principi che Mendes da Rocha ha poi sviluppato nella sua carriera”. [2] Un edificio che si presenta come un tempio sempre aperto dove ci si sente liberi di muoversi senza condizionamenti, non ci sono spazi chiusi e non ci si accorge quasi di vivere uno spazio interno in quanto tutto aperto all’esterno e, nello stesso momento, capace di accogliere lo spazio della città ed aprirsi alla città stessa (in questo caso il campus universitario all’interno del quale è realizzato l’edificio della facoltà di Architettura e Urbanistica). Scrive Mendes da Rocha  “non c’è uno spazio privato, bensì gradi diversi di spazio pubblico” e la sua architettura ne è l’esplicitazione più evidente, sia che si tratti di edifici pubblici che di architettura private.
Sin dal suo primo progetto per il palazzetto sportivo del Clube Atlètico Paulistano del 1958, l’architettura si apre alla città per accoglierla nel suo ventre, proprio a partire dalla fluidità del suolo pubblico che non trova mai soluzione di continuità, una sequenza continua di percorsi dove i movimenti si compenetrano “naturalmente” come dice lui stesso “la natura non è che la manifestazione della meccanica dei fluidi”. Un tema che si ripropone anche nello straordinario progetto per il padiglione brasiliano alla Esposizione Universale di Osaka del 1970, dove ancora la movimentazione del suolo assume una forza caratterizzante nella modificazione del luogo e dove, ancora una volta, lo spazio diventa il luogo dell’incontro tra l’uomo e la natura. Ma saranno i progetti della maturità, con il ritorno del Brasile alla democrazia, a dare sostanza all’idea di una città per tutti, con la sistemazione della Praça do Patriarca (1992), la Pinacoteca do Estado (1993) e la realizzazione del MuBE, Museo Brasiliano di Scultura (1995). Tutti progetti nei quali Mendes da Rocha concretizza finalmente l’opportunità di realizzare architettura pubblica per la città, che egli ha sempre considerato come l’orizzonte e la meta della propria architettura. Molte sono ancora le opere in costruzione, di cui l’allestimento mostra disegni e modelli originali, tra i quali la realizzazione per il Museu dos Coches di Lisbona e il Cais das Artes di Vitòria, che riflettono ancora con forza la capacità dell’architettura come forma esemplare di riduzione dei luoghi alle necessità dell’uomo ed ancora progetti alla scala più ampia del territorio come quelli per la Cidade do Tiete, la Baia di Vitoria o la Baia di Montevideo dove il rapporto con il paesaggio e la natura stimolano ad un dialogo più serrato con le forme dell’architettura.

Al margine di questa sintetica recensione di una mostra davvero di grande interesse ed ampia testimonianza sull’opera di Paulo Mendes da Rocha mi piace riportare un episodio raccontato da Luigi Snozzi (pubblicato sul n° 980 di DOMUS del maggio 2014 ) nel quale rievoca un incontro a Medellin (Colombia) con il maestro brasiliano in occasione di un simposio di architettura.
Alla fine del ciclo di conferenze – racconta Luigi Snozzi – lo aveva colpito il modo di rispondere al pubblico che gli chiedeva una sua impressione sulla città di Medellin “… invece di usare le parole, da buon architetto aveva preso un gesso ed aveva schizzato all’istante sulla lavagna un progetto per quella città, distesa sulla pianura costeggiata da due montagne. Nel centro urbano, correva, a cielo aperto, una metropolitana e sui due versanti dei monti si addensavano i quartieri poveri delle favelas. Per ricomporre gli strati sociali della popolazione così divisa, Mendes aveva proposto, addossati ai due versanti montuosi, una serie ritmata di torri d’ascensori trasparenti, per permettere agli abitanti delle favelas di scendere in centro e di essere visibili dall’intera città sottostante, soprattutto la notte grazie all’illuminazione”. [3]
Ancora una volta, quindi la città come palcoscenico delle attività umane e l’architettura come fondamento principale delle sue celebrazioni, all’interno della quale è possibile trovare soluzioni anche a problemi così manifestamente complessi tra la dimensione informale dell’occupazione di necessità e le forme consolidate della città globalizzata.


Note

[1] Dall’introduzione alla mostra allestita alla Triennale di Milano dal 6 maggio al 31 agosto 2014 curata da Daniele Pisani, ed accompagnata da un corposo catalogo che ne ripercorre opere e progetti
[2] Francesco Dal Co dal saggio introduttivo al catalogo della mostra “Paulo Mendes da Rocha – Tutte le opere” – Electa, Milano 2014.
[3] Luigi Snozzi in “Compagni di viaggio” – DOMUS n° …. Del …….